Nonostante il divieto di importazione approvato nel 2024 in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina, gli Stati Uniti restano profondamente dipendenti dai servizi di arricchimento dell’uranio forniti dalla Russia. Nel 2025 gli operatori delle centrali nucleari americane hanno acquistato da Mosca circa 3,28 milioni di unità di lavoro separativo (SWU), pari al 26% di tutte le commesse per l’arricchimento, secondo i dati riportati da Bloomberg. Un flusso commerciale che ha garantito alla Russia entrate superiori al miliardo di dollari in un solo anno.
Dieci anni fa la quota russa era del 17%: l’aumento riflette una dipendenza difficile da sciogliere, nonostante la legge nota come «Prohibiting Russian Uranium Imports Act» abbia fissato al gennaio 2028 il termine per l’eliminazione completa delle forniture. La norma prevede tuttavia una deroga: il Dipartimento dell’Energia può rilasciare licenze temporanee quando mancano alternative valide o quando l’acquisto è ritenuto nell’interesse nazionale. Una clausola che, di fatto, ha permesso la prosecuzione degli scambi.
Il ruolo di Rosatom in Europa
La Russia rimane il maggior fornitore di uranio arricchito anche per l’Unione europea, benché la sua quota nel 2024 sia scesa dal 38% del 2023 al 24%, secondo i dati riportati da The Insider. A fine luglio, il governo federale tedesco e il ministero dell’Ambiente della Bassa Sassonia hanno autorizzato l’espansione dello stabilimento di combustibile nucleare di Lingen, che opera su licenza della società russa Tvel, parte del colosso statale Rosatom. Il ministro regionale Christian Meyer ha spiegato che l’assenza di sanzioni europee contro Rosatom ha reso impossibile negare il permesso su basi legali.
La contraddizione nella strategia di sicurezza americana
Nel 2025, il 77% dei servizi di arricchimento utilizzati dalle centrali statunitensi proveniva dall’estero: una situazione che stride con la «National Defense Strategy» del Pentagono, in cui la Russia è indicata come una delle principali minacce per gli Stati Uniti. L’acquisto di uranio arricchito da Mosca ha generato oltre un miliardo di dollari di ricavi per la Federazione Russa, andando a finanziare indirettamente uno dei settori strategici della sua economia in piena guerra contro l’Ucraina. Una dinamica che, secondo l’analisi dei fatti, mina la coerenza della politica sanzionatoria di Washington.
Rischio di dipendenza e possibili ricatti energetici
La dipendenza dall’uranio russo rappresenta una vulnerabilità concreta per le ambizioni energetiche americane. La Casa Bianca punta sull’atomo per alimentare i futuri data center e per l’elettrificazione dell’economia, ma un’interruzione improvvisa delle forniture da Mosca potrebbe compromettere la produzione di elettricità nucleare. Tecnici ed esperti del settore segnalano che gli Stati Uniti, al pari dell’Europa, non dispongono di capacità di arricchimento sufficienti a sostituire integralmente i volumi oggi importati dalla Russia, alimentando il rischio di un potenziale strumento di pressione geopolitica.
La questione transatlantica
La sfida non è soltanto bilaterale. La persistenza del commercio di uranio arricchito tra Russia e paesi democratici è diventata un tema di sicurezza collettiva per l’area euro-atlantica. Finché Washington e Bruxelles non creeranno una filiera autonoma, Mosca manterrà sia le entrate economiche sia una leva politica sulle forniture energetiche. Il caso tedesco di Lingen mostra che a livello europeo manca ancora una strategia comune per recidere progressivamente i legami con Rosatom, nonostante gli appelli di Kiev e le pressioni di alcuni alleati.
I dati del 2025 descrivono una realtà in cui gli imperativi di sicurezza dichiarati convivono con la convenienza economica di breve termine. Senza investimenti rapidi e coordinati, la fine della dipendenza dal combustibile nucleare russo rischia di rimanere una scadenza sulla carta.