La fuga di un chirurgo: Walter Starace si trasferisce negli Emirati Arabi Uniti
Napoli, 10 gennaio 2026 – La grande fuga ha il volto di Walter Starace, 50 anni, ortopedico, specialista in chirurgia laser vertebrale, che sta costruendo un pezzo alla volta la sua nuova vita all’estero. Lontano dall’Italia quanto un volo da Napoli a Dubai (o ad Abu Dhabi). I giornali si sono già occupati di lui a fine 2024, quando questo progetto ha preso corpo, riporta Attuale.
Dottor Starace, in questo momento si trova in Italia?
“Oggi sono un consulente per le Asl, in Campania. Opero solo privatamente, in cliniche d’eccellenza nazionale. Mi sono dimesso dal servizio sanitario. Ero direttore dell’attività assistenziale del personale di volo e navigante, curavo le verifiche di idoneità per chi lavora su navi e aerei. Ho lasciato proprio per non essere incompatibile con il mio progetto. Lo sto realizzando un passo alla volta, anche perché ho un figlio di 3 anni”.
Come ha maturato la scelta?
“Ho avuto una guida speciale, quella del professor Aodi dell’Amsi. Che mi ha permesso di intraprendere questo percorso e lo ha fatto in maniera del tutto disinteressata. Mi ha supportato senza mai chiedermi un centesimo, tenendomi lontano dalle truffe”.
Perché ha scelto gli Emirati Arabi?
“Intanto perché cercano figure di cui sono carenti. Sono già stato da loro come visitatore nelle sale operatorie delle cliniche di Abu Dhabi e Dubai”.
La sua, una specialità particolare: lei è un chirurgo senza bisturi.
“La chirurgia laser vertebrale in Italia non esiste. Non c’è la possibilità che sia creata una divisione di chirurgia laser spinale come negli Emirati. Mi sono specializzato in Israele. Il mio tutor è l’inventore della tecnica. In Italia noi chirurghi spinali siamo pochissimi. Opero la colonna vertebrale senza aprirla. Per via percutanea”.
Intanto è tornato in Italia: perché?
“Perché per stare negli Emirati è necessario affrontare un iter burocratico lunghissimo, molto complesso. Tra licenze mediche, abilitazioni, lingua, esami… Ho fatto il visitatore, mi hanno ospitato e mi vogliono. Prevedo di potermi stabilire là tra qualche mese”.
Non le dispiace lasciare l’Italia? Ormai gli specialisti sono introvabili.
“Mi dispiace moltissimo. Ma innanzitutto c’è una mortificazione della professione, se anche vogliamo parlare del vil denaro. I soldi servono per mantenere la famiglia. Io sono figlio di operaio, facevo il cameriere la notte e studiavo. So cosa significa”.
Uno specialista come lei quanto guadagna negli Emirati?
“Diciamo che lo stipendio di una persona con le mie competenze va ben oltre i 30mila euro al mese”.
In Italia, invece?
“Se tutto va bene, 5mila euro al mese”.
Imparagonabile.
“Sicuramente negli Emirati sono super esigenti. Non è ammesso l’errore. Se sbagli, te ne vai. Lo stato è meritocratico al 100%”.
Dunque lei è un talento che ha scelto l’estero.
“Non so se sono un talento. So soltanto che attualmente ho la casistica maggiore in assoluto, con il 100% dei risultati”.
Per fortuna sua e dei suoi pazienti. Ma mette in preventivo di tornare a casa, un giorno?
“Ho avuto un figlio a 47 anni. Oggi questo bambino mi condiziona moltissimo. Se un giorno dovesse dirmi, vivo meglio in Italia, allora per mio figlio sarei anche capace di rinunciare alla mia carriera”.
Di solito questa frase è pronunciata dalle donne.
“Diciamo così: sono un primiparo attempato”.
Cosa le pesava in Italia?
“Essere costretti a lavorare nell’approssimazione più totale, una cosa che non mi appartiene. Ho deciso di fare il medico da quando tenevo 8 anni. Scelta difficile, mio padre era metalmeccanico”.
Una vocazione.
“Io sono innamorato del mio lavoro, probabilmente è per questo che non mi pesa e mi è sempre piaciuto. Ho fatto la gavetta per oltre vent’anni in un ospedale di frontiera. Grandissima affluenza ma anche traumi importanti, continue reperibilità notturne”.
Le cose che oggi non attirano più i giovani medici. Come vede il futuro della sanità italiana?
“Sono fermamente convinto che sia tra le migliori al mondo. Anche la formazione del medico italiano per me resta tra le migliori al mondo”.
Però se ne va.
“C’è una motivazione precisa: non è possibile fare il proprio lavoro e non essere gratificato, rispetto alle responsabilità alle quali un chirurgo va incontro. Che oggi sono enormi. Soprattutto, la cosa più grave è che devi stare striminzito nel budget. Se faccio un intervento devo volere il meglio del meglio per il paziente, senza badare a spese. In Italia abbiamo strutture di eccellenza. Però: il contenimento delle spese sanitarie, la gratificazione economica verso il medico è praticamente ridicola”.
Sta dicendo che la nostra sanità è rovinata dall’impostazione dei direttori generali?
“La sanità ha dei grandissimi potenziali ma le risorse non vengono canalizzate nel modo giusto”.
Bisogna anche garantire dei tempi stringenti?
“La sala operatoria non può essere una catena di montaggio. Serve più meritocrazia. Se i medici valgono, devono essere remunerati equamente. Per dire: i calciatori hanno ingaggi milionari. Vero che l’impatto è imparagonabile rispetto a quello di un chirurgo. Ma non mi sembra giusto che chi cura la salute delle persone sia visto quasi come un impiegato. Dovrebbero esserci stipendi più allineati a quelli europei, invece abbiamo i compensi più bassi di tutti”.