Perché il mondo è intrappolato nel dollaro?

21.07.2025 13:15
Perché il mondo è intrappolato nel dollaro?

Il futuro del dollaro e la sua resilienza nel contesto globale

Tra le varie profezie smentite dalla realtà, non possiamo ignorare quella relativa al declino del dollaro. Le azioni intraprese dall’Amministrazione Trump, in particolare la guerra commerciale iniziata con i dazi, avrebbero dovuto compromettere la fiducia nella valuta americana e segnare la fine del suo predominio internazionale. Sebbene il dollaro abbia subito un deprezzamento, ciò è da considerare un fenomeno di svalutazione competitiva, integrante delle dinamiche delle guerre commerciali. Un simile abbassamento del valore del dollaro si è verificato in intensità anche maggiore durante le amministrazioni di Nixon e Reagan. Pertanto, un dollaro svalutato non implica automaticamente una perdita nel suo status di valuta principale utilizzata globalmente per gli scambi e gli investimenti, riporta Attuale.

«La posizione del dollaro come valuta di riserva è rimasta salda». Questo è quanto sostiene l’analisi degli esperti di Nomura, i quali sottolineano che i dati del Fondo Monetario Internazionale relativi alle riserve valutarie del primo trimestre mostrano che non ci sono segnali significativi di un allontanamento dalla moneta americana. La percentuale delle riserve in dollari è sostanzialmente stabile al 57,73%. Anche se i dati provengono da un periodo antecedente l’annuncio di dazi significativi nel mese di aprile, secondo gli analisti la solidità del dollaro come valuta di riserva continua a riaffermarsi. «Sebbene la distanza percentuale del dollaro nelle riserve sia in costante diminuzione da diversi anni, negli ultimi trimestri è rimasta stabile tra il 57% e il 58%».

Perché neppure Trump riesce a compromettere realmente la nostra dipendenza dal dollaro? Per chiarire questo fenomeno, possiamo considerare una prospettiva di lungo periodo che suggerisce come il mondo sia intrappolato in una «trappola del dollaro», un concetto elaborato dal noto storico economico britannico Adam Tooze. Questo pone in evidenza una lettura interessante, richiamata nella sua newsletter Chartbook.

«Sin dagli anni ’70, si è parlato del declino imminente dell’egemonia finanziaria americana. Cinquant’anni di speculazioni sul futuro dell’economia statunitense hanno alimentato una forma di futurismo nel campo economico, definita fanta-finanza. Le previsioni sulla caduta dell’egemonia del dollaro sono rimaste nel regno della speculazione perché, sebbene sembri inevitabile, le forze che lo sostengono sono potentissime. Tra queste emergono gli effetti di rete che conferiscono al dollaro una fungibilità e un’utilità ineguagliabili rispetto ad altre valute. Né l’euro né il renminbi cinese possiedono l’accettazione globale del dollaro o la complessità dei mercati finanziari statunitensi. Gli effetti di rete sono fondamentali per l’utilizzo di qualsiasi valuta a livello nazionale o internazionale e sono cruciali per comprendere la resilienza del dollaro. Questi fattori di flusso, ossia le forze continuamente prodotte, si rafforzano ogni volta che un barile di petrolio viene scambiato in dollari, ogni volta che un nuovo prestito viene emesso in dollari, o un derivato è negoziato in dollari. Oltre ai fattori di flusso, è importante considerare anche gli effetti di stock. Questo mi è stato rivelato durante una conversazione stimolante con Eswar Prasad, noto per la sua teoria sulla Trappola del Dollaro, che ho avuto la fortuna di avere alla Davos estiva di Tianjin in Cina. Durante il nostro incontro, abbiamo discusso del futuro della valuta americana – un tema caldo tra i partecipanti. Prasad mi ha fornito un dato spesso trascurato nelle discussioni concentrate sulla quota del dollaro nelle riserve globali: la posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti. Secondo i dati più recenti del Bureau of Economic Analysis (BEA), nel primo trimestre del 2025, tale posizione ammonta a meno di 24,61 trilioni di dollari, evidenziando che le passività americane verso l’estero superano le attività per quasi il 90% del PIL americano. Il fulcro del punto di Prasad, già delineato nel suo scritto *Dollar Trap*, è che gli Stati Uniti tengono il resto del mondo ancorato. Qualora il dollaro subisse un deprezzamento, le esportazioni americane e gli asset recentemente acquistati diventerebbero più convenienti, ma a pagarne le conseguenze sono gli investitori già coinvolti in asset denominati in dollari. In altre parole, esiste una coalizione di investitori stranieri con un interesse diretto nel mantenere la forza del dollaro, il cui valore è pari a 24,61 trilioni di dollari.

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