Ursula von der Leyen e la sfida con Trump: tra critiche e opportunità
Ursula von der Leyen si era preparata meticolosamente per affrontare l’incontro con Donald Trump, che si è tenuto nel Golf club di Turnberry, in Scozia. Poche ore prima dell’appuntamento, la presidente della Commissione Europea aveva effettuato una serie di consultazioni con i leader nazionali più influenti, inclusa una lunga conversazione con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Quest’ultimo l’ha rassicurata, invitandola a procedere senza timori, sottolineando l’importanza di giungere a un accordo con gli Stati Uniti. Durante le verifiche con gli ambasciatori dei 27 Stati membri, non erano emerse obiezioni significative, e tutti sembravano pronti a supportare la sua posizione. Tuttavia, da quel momento in poi, la von der Leyen è stata sommersa da una serie di critiche, come riporta Attuale.
Le voci di dissenso si sono amplificate, coinvolgendo figure come il presidente francese Emmanuel Macron, il premier spagnolo Pedro Sánchez e il polacco Donald Tusk. Ma il più grande sostenitore del controverso accordo rimaneva Merz, evidenziando una certa opportunità politica per lui. Nei mesi antecedenti all’incontro, von der Leyen aveva incaricato il suo capo di gabinetto, Bjoern Seibert, di mantenere contatti stretti con le grandi multinazionali europee, dai settori automobilistico a quello agroalimentare, per raccogliere le loro richieste. Si era così presentata a Trump con un pacchetto di esigenze da portare avanti, alimentato anche da un coro di richieste proveniente dal mondo produttivo, che incoraggiava a trovare un compromesso piuttosto che avviare una guerra commerciale con gli Stati Uniti.
È interessante notare la reazione degli imprenditori di vari settori dopo l’accordo: Hildegard Müller, presidente della Federazione tedesca dell’auto, ha evidenziato che l’introduzione di dazi al 15% comporterà perdite miliardarie per l’industria automobilistica. Pur lamentando la nuova imposizione, queste stesse aziende avevano in precedenza spinto per un’intesa rapida con Washington. In effetti, il settore automobilistico è l’unico a essere riuscito, per ora, a limitare i danni, passando da un dazio del 27,5% a uno del 15%.
Le ragioni dietro il comportamento opportunistico di politici e imprenditori non mancano. I primi devono affrontare le opposizioni, alcune delle quali, come nel caso di Merz, sono fortemente critiche nei confronti della Ue. Nella scena italiana, Giorgia Meloni ha mantenuto una coerenza nei suoi approcci, spingendo anche lei per un dialogo costruttivo con Trump; sebbene la sua strategia abbia avuto esiti negativi, non partecipa alla spirale di colpe attribuita a Bruxelles.
Con questa crisi, il ruolo di Ursula von der Leyen è visibilmente diminuito. Si trattava di un’importante opportunità per dimostrare la propria autonomia e capacità di manovra, considerando che le questioni commerciali rientrano nelle competenze esclusive della Commissione. Questo non significa che dovrebbe ignorare le opinioni altrui o presentarsi in solitudine davanti al tavolo dei negoziati. Lei può ascoltare molteplici voci, ma alla fine dovrebbe formulare una proposta che rifletta le sue valutazioni e i suoi obiettivi.
In questi giorni, alcuni membri della Commissione sembrano ritenere che decisioni diverse avrebbero potuto essere adottate già ad aprile, evitando di imporre dazi e cercando invece di colpire le grandi aziende americane del settore digitale, come Google e Meta, o i profitti generati dalla finanza statunitense in Europa. Tuttavia, von der Leyen non ha nemmeno tentato di avanzare questa linea di azione. La sua strategia negoziale è stata compromessa, e alla fine di luglio si è ritrovata in una posizione estremamente difficile.
Si racconta che durante il faccia a faccia scozzese con Trump, la presidente abbia difeso bene la sua posizione, respingendo una clausola anti-Cina e sostenendo la sovranità della Ue nel settore agroalimentare. Ha anche avanzato impegni vaghi riguardanti gli acquisti energetici e gli investimenti negli Stati Uniti. Il suo obiettivo era quello di combattere un potenziale dazio del 30%, sperando che il risultato di un accordo al 15% sarebbe stato applaudito. Tuttavia, quel paracadute non si è aperto, e per ora è rimasta in carica, poiché Merz, Macron, Meloni, e gli altri non vogliono aggiungere una crisi istituzionale a quello che rischia di essere un accordo tra i più disastrosi nella storia dell’Unione europea.