Silvia Salis denuncia gli hater e destina 5mila euro a centri antiviolenza di Genova

02.05.2026 12:55
Silvia Salis denuncia gli hater e destina 5mila euro a centri antiviolenza di Genova

La sindaca di Genova ha annunciato la chiusura della prima querela contro un «leone da tastiera», con il risarcimento destinato a tre centri antiviolenza. «Non è una goliardata social, ma un meccanismo tossico per delegittimare le donne», riporta Attuale.

«Chi mi ha dato della p*****a sui social alla fine pagherà». Silvia Salis adotta una politica di tolleranza zero, trasformando gli insulti ricevuti online in un’opportunità di sostegno concreto per le donne vittime di abusi. La sindaca ha annunciato su Instagram di aver definito un risarcimento di 5.000 euro derivante da una delle querele presentate contro chi, protetto da uno schermo, ha usato nei suoi confronti «parole violente e degradanti». Questa vittoria legale è vista da Salis come un segnale politico e culturale: «È l’ora di far capire un messaggio molto chiaro: chi diffonde odio sui social deve essere punito. L’odio va trasformato in bene».

La beneficenza ai centri antiviolenza

La somma incassata dal primo hater non resterà nelle tasche di Salis, che ha deciso di devolvere l’intero importo al centro antiviolenza Mascherona, all’associazione Per Non Subire Violenza, e a Casa Pandora Margherita Ferro. «Le altre somme, che sono certa arriveranno, saranno versate con fini analoghi», ha assicurato, evidenziando come la battaglia legale sia solo all’inizio. L’obiettivo è sfatare l’idea che l’insulto digitale sia un reato minore o, peggio, una semplice provocazione: «Non possiamo fare passare il messaggio che la violenza verbale sulle donne sia una goliardata social, perché noi donne subiamo sempre una doppia violenza: a una donna non si contesta mai il ruolo che ricopre, ma come si vede, come appare, quali sono le sue scelte nella vita privata».

L’insulto sessista

Secondo Salis, l’insulto sessista rappresenta uno strumento di controllo sociale: «È un modo per delegittimarci continuamente all’interno della società. A un uomo si dice che è uno s*****o, che è un prepotente, mentre a una donna si dice che è una “Barbie” o che è una p*****a». Questo meccanismo, definito «tossico», è alimentato non solo dagli uomini ma anche da alcune donne, con l’intento di «svilire il ruolo della donna nella società, di imporle il silenzio, di ridimensionarla».

«Reagire si deve»

La scelta di Salis è un invito collettivo alla reazione legale. «Denunciare si può e si deve, reagire si può e si deve, e i risultati di oggi sono tangibili e lo dimostrano», conclude nel post. La sua non è solo una difesa personale, ma una battaglia per tutte le lavoratrici che ogni giorno affrontano attacchi simili. «Anche se questa violenza passa attraverso uno schermo, continuerò a reagire e a denunciare. Continuerò a trasformare l’odio in bene per la nostra comunità».

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