L’emendamento di Durigon sul salario giusto divide il centrodestra, il Pd propone modifiche significative

18.05.2026 22:15
L'emendamento di Durigon sul salario giusto divide il centrodestra, il Pd propone modifiche significative

Un emendamento ripropone la misura sugli arretrati che era stata cancellata prima del Consiglio dei ministri: gli aumenti salariali scatterebbero dalla scadenza del vecchio contratto, non dalla firma del rinnovo. FdI tiepida, il Pd sfida, riporta Attuale.

Il decreto lavoro, o decreto Primo maggio, entra nella fase degli emendamenti alla Camera e la Lega prova a riaprire il dossier dei contratti scaduti. Oggi lunedì 18, alle 18, è scaduto in commissione Lavoro il termine per presentare le proposte di modifica al testo del governo. Tra queste c’è un emendamento del Carroccio che rimette nel decreto una norma cancellata prima del suo approdo in Cdm: quando un contratto collettivo nazionale viene rinnovato in ritardo, gli aumenti salariali dovrebbero partire dalla data in cui il vecchio contratto era scaduto. Non dal giorno della firma del nuovo accordo. In pratica, le imprese dovrebbero riconoscere gli arretrati ai lavoratori per tutto il periodo rimasto scoperto.

È il ritorno di una misura che era comparsa in una prima bozza del decreto per poi finire cestinata. Ora la Lega prova a riportarla dentro il provvedimento con una modifica rivendicata direttamente dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon: l’obiettivo è inserire una norma che, «a scadenza del contratto, anche se si rinnova due o tre anni dopo si riprende quanto perso» in modo retroattivo. «Abbiamo detto no al salario minimo e dobbiamo sostenere il salario dei lavoratori», insiste il sottosegretario, escludendo frizioni con la ministra del Lavoro Marina Calderone, con i sindacati e con i datori di lavoro.

Arretrati dalla scadenza del contratto

Il cuore dell’emendamento è nel primo comma. La proposta stabilisce che «gli incrementi dei trattamenti economici previsti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro decorrono dalla data di scadenza del precedente contratto collettivo nazionale di lavoro», salvo diversa disciplina già prevista dal contratto scaduto.

Tradotto: se un contratto scade nel 2026 e viene rinnovato nel 2028, gli aumenti non partirebbero dal 2028, ma dalla scadenza del vecchio contratto. Con effetto retroattivo. È una modifica pesante, perché in Italia molti contratti collettivi vengono rinnovati con mesi, spesso anni, di ritardo. Nel frattempo i lavoratori restano fermi alle vecchie tabelle salariali, mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto. L’intervento leghista prova a ribaltare questo meccanismo: il ritardo nel rinnovo non resterebbe più senza conseguenze economiche, ma diventerebbe un costo per le imprese. Proprio per questo era ritenuta delicata in fase di preparazione del decreto.

L’anticipo sull’inflazione sale al 50 per cento

Oltre a recuperare la norma sugli arretrati, rafforza anche il meccanismo rimasto nel testo del governo. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri prevede che, in caso di mancato rinnovo del contratto, le retribuzioni siano adeguate a titolo di anticipo forfettario alla variazione dell’Ipca, cioè l’indice usato nei contratti per misurare l’aumento dei prezzi. Ma la quota prevista dal governo è pari al 30 per cento.

La Lega propone di alzarla al 50 per cento. In altre parole, se il contratto non viene rinnovato, ai lavoratori verrebbe riconosciuto un anticipo più alto legato all’inflazione, in attesa del nuovo accordo. Anche qui l’obiettivo è chiaro: mettere pressione sulle parti sociali e rendere meno conveniente lasciare i contratti scaduti per troppo tempo.

C’è anche un dettaglio tecnico che può incidere sull’applicazione della norma. Nel testo del governo l’anticipo era legato al mancato rinnovo entro dodici mesi. Nella proposta leghista, invece, il passaggio sul 50 per cento parla più genericamente di «mancato rinnovo».

L’emendamento contiene comunque una clausola temporale. Le nuove regole si applicherebbero ai contratti collettivi nazionali che scadono dopo l’entrata in vigore del decreto. Per quelli già scaduti, invece, l’applicazione partirebbe dal primo gennaio 2027. Una formula che prova a evitare un impatto immediato su tutti i contratti già in ritardo.

FdI tiepida, il Pd sfida la Lega

Il punto, ora, è capire quale sarà il destino dell’emendamento. La proposta della Lega riapre un dossier che il governo sembrava aver già chiuso con una mediazione al ribasso. Dentro la maggioranza, Fratelli d’Italia per ora non alza barricate. «Non è una nostra proposta, è una battaglia della Lega», spiegano fonti parlamentari. Ma il partito della premier non si dice in disaccordo sul principio: «Non presentiamo noi l’emendamento, ma non siamo contrari al meccanismo e al processo di compensazione. Non c’è una posizione ostativa». Il nodo, semmai, potrebbe essere economico: «È piuttosto un discorso di oneri, non credo che il ministro del Lavoro sia contrario».

Dal Pd, invece, arriva un’apertura che suona come una sfida al Carroccio. «Vediamo quanto sopravviverà in commissione», dice Arturo Scotto, capogruppo dem in commissione Lavoro alla Camera. «Noi siamo disponibili a discutere, ne abbiamo presentato uno simile nella direzione del ripristino della retroattività». Poi l’affondo su Durigon e sul governo: «Ci facciano capire chi comanda al ministero del Lavoro». Per Scotto il decreto resta «sbagliato», ma il Pd «ha aperto a tutte le modifiche migliorative. Vediamo se fanno sul serio. Sono passati dal dire di volere l’abolizione della legge Fornero al peggioramento della legge Fornero. Francamente dubitiamo».

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