Inquinamento Marino nell’Arctic: La Misurazione delle Microplastiche
MARE DI BEAUFORT (Alaska settentrionale) – L’analisi dello stato di inquinamento da microplastiche nel Mare di Beaufort, una delle aree marine più incontaminate del pianeta, è un processo complesso che richiede pazienza e precisione. Per misurare la presenza di queste particelle avverse, un dispositivo metallico, chiamato «manta», viene gettato in mare e trainato a una velocità massima di tre nodi. Questo strumento, sostenuto da due galleggianti, raccoglie l’acqua di mare per un periodo di circa mezz’ora, permettendo l’analisi del campione, riporta Attuale.
Lo strumento si trova in superficie e nel corso di mezz’ora riesce a raccogliere circa 80.000 litri d’acqua, la quale viene poi convogliata e filtrata attraverso una manica microforata. Alla fine del processo, i residui vengono raccolti in un sacchetto di rete per ulteriori analisi. Al termine della missione, i campioni vengono inviati a Ocean Eyes, un ente di monitoraggio oceanico con sede a Ginevra, che li esaminerà e condividerà i risultati con istituti internazionali.
«Lavoriamo con Ocean Eyes da anni e abbiamo effettuato prelievi in diverse aree del Pacifico, inclusa la Great Pacific Garbage Patch, una delle zone più inquinate del mondo», racconta il capitano Alberto. A differenza delle vaste distese di plastica osservate nel Mare di Bering, il Mare di Beaufort appare relativamente pulito, sebbene gli esiti definitivi delle analisi siano ancora attesi.
La crescente presenza di microplastiche, documentata da studi recenti, è diventata una realtà anche nell’Artico. Le fibre sintetiche, come il poliestere, si accumulano sui ghiacci e seguono le correnti, complice l’industrializzazione della regione. Spiega Alberto: «Abbiamo scelto di iniziare le analisi in una delle zone con densità industriale delle compagnie petrolifere americane, ma non è stata una scelta voluta». Questo campo di estrazione include colossi come Hilcorp, ExxonMobil e ConocoPhillips.
Durante la navigazione dal porto di Nome, è emersa chiaramente la crescita delle infrastrutture di estrazione di idrocarburi, evidenziando un’infiltrazione sempre più massiccia delle operazioni minerarie in un hotspot ambientale. Molti residenti locali si trovano divisi sul tema, poiché le aziende petrolifere offrono annualmente circa mille dollari a persona come sussidi. Nel 2022, questa cifra è aumentata a 2.621 dollari per abitante.
Il villaggio di Kartovik, con meno di 300 abitanti, ha beneficato di investimenti significativi da parte delle compagnie, ricevendo strutture come piscine riscaldate. Nella piccola baia di Cross Island, dove la ricerca ha fatto tappa, le compagnie hanno finanziato anche campi estivi per i cacciatori di balene, mentre i cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacci pongono ora in discussione la sostenibilità di queste attività.
Le politiche energetiche in Alaska hanno subito cambiamenti significativi. Dopo che Donald Trump aveva avviato progetti di sfruttamento dell’Artico, la nuova amministrazione di Joe Biden aveva bloccato le operazioni. Tuttavia, il 17 dicembre 2025, Trump ha revocato i divieti, ampliando i diritti di estrazione a ulteriori cinque milioni di ettari precedentemente protetti. Le organizzazioni ambientaliste lanciano un allerta: i locali temono la fuga di fauna, compresi caribù e balene, facendo presagire un impatto devastante sulle tradizioni di vita millenaria della regione.