Incontro tra governo venezuelano e opposizione: segnali di transizione democratica
Giovedì in Venezuela si è svolto un incontro tra il regime e alcuni rappresentanti dell’opposizione, descritto da entrambe le parti con ottimismo come un possibile avvio della transizione democratica. L’incontro è stato favorito dagli Stati Uniti, che, oltre a gestire il petrolio venezuelano, hanno assunto un ruolo di comando sul governo, dopo l’operazione militare che a gennaio ha deposto l’ex presidente Nicolás Maduro, sostituito dall’attuale presidente ad interim Delcy Rodríguez. In assenza delle pressioni statunitensi, il regime non avrebbe accettato né l’incontro né alcune concessioni fatte all’opposizione, riporta Attuale.
È importante notare che non hanno partecipato né María Corina Machado, principale leader dell’opposizione venezuelana a cui gli Stati Uniti hanno impedito ripetutamente il ritorno in patria, né membri del suo partito Vente Venezuela. Machado, non consultata sui colloqui, ha dichiarato che non li ostacolerà e li valuterà in base ai risultati. Questa apertura è significativa, soprattutto considerando che a fine maggio aveva presentato un proprio piano per la transizione, prendendo l’iniziativa nel negoziato con il regime.
Ad accomunare le parti c’era un rappresentante di peso: il regime era guidato da Jorge Rodríguez, presidente del parlamento e fratello di Delcy, una figura chiave con poteri che superano quelli del suo incarico ufficiale. Per l’opposizione era presente Dinorah Figuera, che nonostante sia meno nota, è un’oppositrice autentica e ha recentemente fatto ritorno in Venezuela dopo anni di esilio in Spagna a causa delle minacce ricevute.
Figuera è stata parte del “parlamento del 2015”, che ha ottenuto la maggioranza alle elezioni di quell’anno, ma che è stato sabotato dal regime di Maduro. Questo parlamento ha eletto Juan Guaidó come presidente ad interim, leader riconosciuto dalla comunità internazionale. Dopo la caduta di Guaidó nel 2023, Figuera è subentrata a lui come presidente del “parlamento del 2015”. Gli Stati Uniti hanno giocato su questa continuità per conferire legittimità a Figuera come negoziatrice.
Dopo l’incontro, che non prevedeva la presenza della stampa, Figuera e Rodríguez hanno pubblicato comunicati identici in cui si impegnano a instaurare negoziati permanenti a partire dal 12 agosto. Precedentemente, il regime aveva accettato incontri dell’opposizione come tentativi senza risultati concreti. Questa volta, sostenuti dagli Stati Uniti, i colloqui proseguiranno purché gli Stati Uniti lo vorranno, data la loro abilità nel condizionare il regime trattenendo i proventi del petrolio.
Già il 18 giugno, Figuera aveva incontrato Rodríguez per preparare il terreno, ma le trattative avevano subito ritardi. Rodríguez aveva escluso concessioni sulla Commissione elettorale e sul Tribunale supremo, organi cruciali per il regime. La tragedia del doppio terremoto che ha colpito il Venezuela a fine giugno ha ulteriormente complicato il dialogo, con il regime che ha strumentalizzato la situazione per rinviare la discussione sulla transizione.
Tuttavia, è possibile che le recenti affermazioni di Rodríguez non siano piaciute agli Stati Uniti, che hanno subito annunciato i colloqui. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che esercita un’influenza notevole sul Venezuela, ha prontamente ripostato il comunicato che annunciava gli incontri. Durante il suo arrivo in aeroporto prima dei colloqui, Figuera ha dichiarato che il regime ha promesso di rinnovare la composizione della Commissione elettorale e del Tribunale supremo tra novembre e dicembre, un passo fondamentale per eventuali nuove elezioni, richieste dall’opposizione.
Tuttavia, i tempi suggeriti dal regime appaiono dubbi, essendo posticipati rispetto alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti del 3 novembre. La possibilità che il Partito Repubblicano perda seggi potrebbe costringere Trump a concentrarsi sulla politica interna, diminuendo la pressione sul regime. Al momento, dunque, il governo venezuelano sembra stia guadagnando tempo per dimostrare che ascolta gli Stati Uniti e che sta dialogando con un’opposizione selezionata.
La posizione dell’amministrazione Trump rimane ambigua. Trump ha manifestato buoni rapporti con Rodríguez, apprezzando il suo operato. È probabile che agli Stati Uniti convenga mantenere in carica un governo che soddisfa le loro esigenze di stabilità, piuttosto che rischiare un’alternativa più democratica ma meno controllabile. Al contempo, non ci sono attualmente le condizioni politiche affinché Rodríguez dialoghi direttamente con Machado, considerata dal regime un nemico da combattere.
In mezzo a questo scenario, la repressione continua a manifestarsi, sebbene in modo meno visibile. In Venezuela restano oltre 500 prigionieri politici, con vari media digitali inaccessibili e intimidazioni contro attivisti e giornalisti in corso. «La persecuzione politica non termina anche se sono diminuiti gli arresti», ha avvertito Justicia, Encuentro y Perdón, una delle principali associazioni per i diritti umani.