L’Islanda respinge la richiesta di riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea per il timore sulla pesca

02.09.2026 18:25
L'Islanda respinge la richiesta di riaprire i negoziati per l'adesione all'Unione Europea per il timore sulla pesca

Il referendum islandese rigetta l’adesione all’Unione Europea

Lo scorso fine settimana al referendum in Islanda ha vinto il No: circa il 53% dei votanti ha rigettato l’idea di riaprire i negoziati per aderire all’Unione Europea. L’affluenza è stata dell’82,5%, la più alta a un referendum da quello sull’indipendenza dalla Danimarca del 1944, riporta Attuale.

Il timore che l’ingresso nell’Unione potesse tradursi in una perdita di sovranità sulla pesca, un settore cruciale nell’economia islandese, ha dominato la campagna elettorale. Tuttavia, questo fattore da solo non spiega la vittoria del No. I suoi sostenitori hanno condotto una campagna meglio finanziata e con messaggi convincenti.

Il referendum è stato presentato dai promotori del No come una decisione netta. La prima ministra Kristrún Frostadóttir, alla guida di una coalizione di centrosinistra, aveva dichiarato: «Guardiamo nel pacchetto», affermando l’importanza di considerare le condizioni proposte dall’Ue prima di prendere una decisione. Inoltre, l’Islanda avrebbe dovuto modificare la Costituzione per entrare nell’Unione, un processo complesso.

I sostenitori del No hanno descritto questo percorso come un inganno, sostenendo che le condizioni di adesione non potessero essere rinegoziate. Guðrún Hafsteinsdóttir, leader del Partito dell’Indipendenza, ha affermato erroneamente che sarebbero state le stesse della domanda presentata nel 2009 e abbandonata nel 2013.

In avvicinamento al voto, sono circolate argomentazioni distorte, come quella di Haraldur Ólafsson del gruppo euroscettico Heimssýn, che ha affermato che un voto favorevole avrebbe potuto portare a una coscrizione obbligatoria per un esercito europeo, che non esiste.

La campagna a favore del Sì ha subito un ulteriore colpo dall’assenza di un forte impegno da parte del governo, che ha preferito mantenere una distanza dal referendum per evitare di perdere legittimità in caso di sconfitta. I partiti della coalizione di Frostadóttir, pur favorevoli all’integrazione europea, hanno assunto posizioni cauto.

Le risorse giocano un ruolo cruciale: secondo il quotidiano islandese DV, il comitato per il No ha speso dieci volte di più in pubblicità sui social media rispetto a quello per il Sì. Molti annunci sono stati visti anche su TikTok, e il No ha attratto maggiormente gli elettori giovani.

In un confronto pre-elettorale, il comitato per il Sì ha dichiarato di aver speso 75 milioni di corone (circa 500.000 euro), mentre il No ha mantenuto segreta la propria spesa. Non esistono dati ufficiali poiché in Islanda non ci sono periodi elettorali stabiliti o obbligo di dichiarare le spese.

La campagna del No è stata sostenuta dai più grandi gruppi di interesse del settore ittico, i cui armatori hanno accumulato enormi sostanziali grazie a un sistema di quote di pesca. Queste famiglie controllano una parte significativa dell’economia islandese e hanno mantenuto il potere economico e politico derivante da questo settore redditizio.

Il consenso per il No è emerso principalmente nelle zone di vocazione ittica, mentre nella capitale Reykjavík ha prevalso il Sì. Le argomentazioni contro l’adesione hanno trovato un terreno fertile anche tra gli agricoltori, preoccupati per l’importazione di carne a prezzi competitivi e per le nuove regolamentazioni europee.

Entrare nell’Unione avrebbe garantito l’accesso a più pescherecci europei nelle acque territoriali islandesi, sebbene con alcune eccezioni. Le regole europee per il settore della pesca sono rigide e anche i paesi membri si sono lamentati di tale intransigenza. Il commissario europeo alla pesca, Costas Kadis, aveva aperto alla possibilità di concessioni, ma la Commissione aveva chiarito che un’esenzione totale non era realistica.

Un altro fattore potrebbe essere stato il senso di identità nazionale: la campagna per il No ha promosso l’idea di un’Islanda unica e autonoma. Roberto Luigi Pagani, esperto di lingua e cultura islandesi, ha sottolineato come questo concetto si radichi nel XIX secolo, quando molti stati europei si sono costruiti narrazioni nazionaliste.

L’Islanda è stata sotto il controllo scandinavo fino al 1944, ed i movimenti nazionalisti dell’Ottocento hanno descritto quei secoli come un periodo di declino. Tuttavia, i storici contestano questa narrativa semplificata.

La campagna per il No ha incluso anche voci di sinistra; esponenti del Partito Socialista e dei Verdi, nonostante la maggior parte dei loro elettori tendesse verso il Sì, si sono schierati dalla parte del No, assieme alla leader del principale sindacato islandese.

In risposta, i sostenitori del Sì hanno ricordato che l’Islanda è già parte del mercato unico europeo dal 1994 e della zona Schengen dal 2001, evidenziando la dipendenza del paese dall’Unione. Nonostante ciò, il consenso popolare non si è inclinato a favore di tale stato di cose, mantenendo inalterate le attuali posizioni.

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