“`html
Lula ha perso? Cherchez la femme!
Bentrovati e scusate per il grave ritardo nell’invio della newsletter questa settimana. Mi trovo nella bella e decadente Salvador de Bahia da due giorni, con connessione scarsa e altalenante, qualche problema tecnico e un po’ di stanchezza da jet leg. Sono in Brasile per osservare da vicino cosa sta accadendo nel Gigante dell’America del Sud; se pure la patria del samba, del Cristo Redentore, di Pelé e del sertão cambierà colore politico. Un forte vento di destra continua a soffiare sul pianeta Terra, ad ogni latitudine. Donald Trump osserva, si felicita e aspetta di veder passare un altro «cadavere politico»: l’icona della sinistra latino-americana Lula che, al primo turno elettorale, ha sofferto una batosta inaspettata, sorpassato anche se con meno di due punti percentuali dal rivale Flavio Bolsonaro (47 a 45%). Nel Fronte ampio che ha permesso a Lula di governare fino ad oggi è già partita l’auto-critica, al limite della faida interna, e qualcuno punta il dito, come quattro anni fa, contro quella più giovane moglie troppo invadente, la «prezzemolina Janja», onnipresente a tutti i comizi. Ne scriviamo più sotto, facendo il punto della situazione e riproponendo anche alcuni articoli già usciti sul Corriere. Parleremo, però, anche di altre crisi, dal Sudafrica al Caraibi, grazie agli interventi di Luca Angelini, Carlo Baroni e Guido Olimpio, oltre che dell’addio di un grandissimo campione, raccontato dai colleghi del Corriere Sport, Carlos Passerini e Lorenzo Nicolao. Buona lettura, riporta Attuale.
Politica e razzismo
Parlare di razzismo nel Paese che ha sconfitto l’apartheid fa sempre una certa impressione. Eppure la realtà è sotto gli occhi di tutti. Il Sudafrica, la nazione arcobaleno, sta diventando, o forse lo è già xenofobo. Una discriminazione che va oltre il colore della pelle e tocca sensibilità nuove e inquietanti. Sono già 35 mila i migranti costretti a rimpatriare. Diverse centinaia, o già migliaia uccisi durante le manifestazioni. Peraltro dalle stesse forze dell’ordine. Difficile fare stime precise in un Paese con un tasso di omicidi tra i più alti al mondo. Per questo anche uccisioni che vengono derubricate nella categoria della microcriminalità in realtà sono legate all’odio razziale. Si è alzata la protesta veemente dei Paesi limitrofi che hanno adottato iniziative per ricevere i profughi scacciati dal Sudafrica. Ma anche la Nigeria che esporta molte migranti paga un prezzo altissimo all’ondata xenofoba. Le motivazioni, come sempre, non sono solo di natura etnica. Ci sono di mezzo ragioni sociali ed economiche. Il Sudafrica è potenzialmente un Paese ricco, fa parte dei Brics, ha prospettive occupazionali interessanti. Ma permangono squilibri e diseguaglianze inaccettabili. Le autorità si difendono sostenendo che chi viene scacciato è un clandestino, un immigrato illegale. Ma è il fragile alibi che si utilizza per giustificare queste campagne d’odio. Sono nati movimenti all’insegna dello «scacciate lo straniero» Come March and March. Ci sono vigilantes che si arrogano poteri che vanno ben oltre la tutella della sicurezza che peraltro dovrebbe essere garantita dalle forze dell’ordine. E risuona sempre più lo slogan gridato dai manifestanti «mabahambe», «devono andarsene».
Le forze Usa in rotta su Cuba
Mar dei Caraibi. Continuano le mosse Usa attorno a Cuba. La Guardia costiera statunitense ha intercettato nelle scorse settimane una portacontainer, la Grace: a bordo petrolio destinato all’Avana. Per tanto è stato deciso il sequestro. Un’operazione simile a quella condotta contro una seconda unità (la Jaira Provider), sempre nell’intento di stringere il blocco attorno al regime definito da Donald Trump «una minaccia». Secondo alcune fonti, la Grace avrebbe caricato il greggio a Panama. La nave «batte» bandiera delle Comore ed è stata acquistata da una società con uffici a Riga, in Lituania. La tattica ricorda quella adottata da Washington nei confronti del Venezuela, con lo stop delle petroliere seguito poi dal blitz finalizzato alla cattura del presidente Nicolas Maduro. Sempre dall’isola un’altra notizia. Il Pentagono utilizza le acque davanti alla base di Guantanamo (creata nella zona orientale occupata dagli Stati Uniti) per sperimentare droni marittimi. Un’attività sotto la responsabilità del Comando Sud, sempre più importante nella visione strategica della Casa Bianca. Il segretario del Pentagono, Pete Hegseth, non ha escluso il trasferimento di soldati dall’Europa all’America Latina. Un diverso dispiegamento – ha spiegato – per aumentare la lotta ai cartelli della droga in collaborazione con governi alleati. Tra quelli citati dallo stesso Hegseth ci sono Ecuador, Honduras, Guatemala e Panama. Intanto, dal New York Times è arrivata una conferma: alcuni droni d’attacco Reapers sono schierati in Colombia ed Ecuador. Si tratta di mezzi che in precedenza erano stati impiegati sul fronte africano.
Maduro sarà processato per le torture contro cittadini americani
Nuove accuse per Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, incarcerati dallo scorso gennaio in un penitenziario di massima sicurezza negli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dalla CBS, i procuratori federali si apprestano a formulare ulteriori accuse contro l’ex presidente venezuelano catturato in un blitz delle forze speciali Usa il 3 gennaio scorso a Caracas. Processato a New York, l’ex dittatore rischia una condanna a vita. Stando all’emittente, le nuove accuse contestano alla «coppia presidenziale» un ruolo di primo piano nelle torture subite da cittadini statunitensi detenuti nelle carceri venezuelane. Secondo la BBC, potrebbero essere incriminate anche altre persone per il loro coinvolgimento nelle torture inflitte a oltre una dozzina di cittadini statunitensi, detenuti ingiustamente dal governo venezuelano durante la dittatura di Maduro.
Lula: nessun «mea culpa», e scoppia la faida interna contro Janja
Migliaia di persone sono scese in piazza a Rio de Janeiro ieri, mercoledì, per protestare contro il candidato alla presidenza Flavio Bolsonaro e per dare sostegno al presidente uscente Luiz Inacio Lula da Silva, arrivato secondo al primo turno elettorale di domenica scorsa. I manifestanti hanno sfilato per il centro portando cartelli con le scritte «Mai più Bolsonaro», «No al padre, no al figlio», «Mai più dittatura». Il sostegno degli studenti e di uno zoccolo duro che forse tanto duro non è più potrebbero però non essere sufficienti per dare la scossa alla campagna stanca di Lula e farlo rimontare quei due punti su Bolsonaro al ballottaggio del 25 ottobre. L’anziano leader, che compirà 81 anni alla vigilia del voto, incassa la sconfitta ma non fa alcun «mea culpa». Piuttosto, ha puntato il dito contro il suo staff. «Abbiamo condotto una campagna al di sotto delle mie potenzialità. Penso che avremmo potuto fare di più. È stata la campagna meno organizzata a cui abbia partecipato dal 1989. E, di solito, si raccoglie ciò che si semina», ha dichiarato Lula in un incontro riservato che è filtrato alla stampa. All’interno del suo stesso Partito dei lavoratori, aumenta però il malumore per la sovraesposizione della moglie Rosangela Lula da Silva, detta «Janja». Un «disagio politico», come sussurrano all’interno dello staff elettorale, che per la prima volta si è trasformato in un attacco pubblico e diretto. Dopo aver sostenuto — nel corso di una riunione del PT — la necessità di una maggiore presenza del vicepresidente Geraldo Alckmin