Il governo annuncia l’impiego di cinquecento soldati a Milano per contrastare i disordini

20.10.2026 06:15
Il governo annuncia l'impiego di cinquecento soldati a Milano per contrastare i disordini

Nuovo decreto anti-disordini: Milano in allerta dopo i recenti disordini

Corsa contro il tempo a Palazzo Chigi sul nuovo decreto anti-disordini. La “risposta ferma” chiesta da Giorgia Meloni per blindare Milano e le altre piazze a rischio affronta un percorso a ostacoli, costretta a viaggiare in equilibrio tra le mine della maggioranza e la lente d’ingrandimento del Quirinale. A metà pomeriggio un Consiglio dei ministri dovrebbe varare il provvedimento procedendo su un doppio binario: da un lato il travaso di norme stralciate dal ddl Sicurezza (impantanato al Senato), dall’altro l’innesto di misure inedite. Per aggirare le secche parlamentari, l’esecutivo intende rendere subito operativi i capisaldi del ddl. Scatta il danneggiamento aggravato per atti vandalici di gruppo (dai 5 in su): reclusione da 1,5 a 5 anni, multe salate e arresto in flagranza differita tramite video entro 48 ore in caso di rischio per l’incolumità pubblica. Mutuati anche il divieto preventivo di aggregazione e il fermo preventivo esteso ai 14-18enni, bloccabili in questura prima dei cortei anche senza reati, riporta Attuale.

È fuori dal perimetro del ddl Sicurezza, tuttavia, che si materializzano le novità più infiammabili. Il piatto forte del decreto, su cui hanno lavorato il sottosegretario Matteo Perego e il ministro Guido Crosetto, è l’impiego di cinquecento militari a Milano nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”. Parallelamente, si discute l’eventualità di smantellare i presidi fissi davanti alle ambasciate per poter utilizzare quegli uomini in caso di emergenza. Ma l’impiego dell’Esercito fa infuriare i sindacati di polizia: il Coisp alza le barricate avvertendo che l’ordine pubblico “richiede poliziotti formati, non soldati a cui attribuire d’imperio funzioni investigative”. Altrettanto scivoloso è il dossier sui blocchi stradali: la stretta con una nuova aggravante rischia di innescare la rivolta degli autotrasportatori e degli agricoltori. Il Governo teme la saldatura tra camionisti e giovani contro il carovita, ma è pronto alla linea dura qualora i picchetti dovessero svuotare gli scaffali dei supermercati o le pompe di benzina.

In bilico i desiderata più estremi di Matteo Salvini: il reato di associazione a delinquere per i manifestanti violenti, l’arresto obbligatorio per devastazione, il prolungamento del fermo preventivo da dodici a ventiquattro ore, e la cauzione preventiva per gli organizzatori di manifestazioni. Viaggerà a parte, alla Camera, l’emendamento leghista a firma Igor Iezzi per negare la cittadinanza ai neo-diciottenni condannati per saccheggio.

Il vero dominus della partita resta Sergio Mattarella, che in passato aveva frenato la decretazione d’urgenza con la sua moral suasion, ma i disordini del weekend e l’incubo di replicare il modello francese hanno cambiato le carte in tavola. Ieri il Presidente è stato durissimo, esprimendo solidarietà ai quasi duecento agenti feriti e invocando “un’analisi intelligente e approfondita e va elaborata un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”. Parole che accendono il semaforo verde allo strumento dell’emergenza, ma non a possibili limature presidenziali. Il cdm potrebbe slittare, ma il governo vuole chiudere entro venerdì per bruciare sul tempo i cortei di sabato.

La consapevolezza che la sola mano pesante non basti è emersa ieri nel summit mattutino a Palazzo Chigi presieduto da Giorgia Meloni con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (in videocollegamento), i ministri Piantedosi, Crosetto e Lollobrigida, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici di intelligence e forze dell’ordine. Scartata rapidamente la pista di una guerra ibrida russa, l’analisi collegiale ha inquadrato i disordini come un fenomeno “complesso, con aspetti di novità rispetto al passato e con una varietà di causali da decifrare”. A Milano nessun Black Bloc o frangia politicizzata: i legali storici della sinistra radicale hanno ricevuto pochissime chiamate. Chi ha devastato il centro non ha tessere di partito: sono in larghissima maggioranza minorenni e la traccia porta dritta alle seconde generazioni. È l’eco del disagio già radicato in Francia e Regno Unito, la rabbia di ragazzi trattati da cittadini di serie B. Un cortocircuito sociale senza leader né sigle da arginare, di fronte al quale l’illusione della sola risposta penale rischia di trasformare le città in banlieue: una scorciatoia inutile e pericolosa.

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