Netanyahu di fronte a elezioni decisive: corsa incerta verso il 27 ottobre
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si prepara per le elezioni parlamentari del 27 ottobre, in un contesto che lo vede non essere il favorito secondo i sondaggi, i quali indicano la coalizione guidata dal generale Gadi Eisenkot in lieve vantaggio. Tuttavia, l’esito rimane incerto, rappresentando già di per sé un successo per Netanyahu, considerato da molti come politicamente finito dopo gli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023, riporta Attuale.
In precedenza molto impopolare, il primo ministro ha affrontato aspre critiche per aver tentato di introdurre una riforma giudiziaria che avrebbe indebolito la Corte suprema. Il fallimento nel prevenire l’attacco di Hamas ha ulteriormente compromesso la sua posizione, oltre ad aggiungere alle sue difficoltà il processo per corruzione e la guida di una coalizione instabile, sostenuta da forze ed esponenti estremisti, come i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich e i partiti ultraortodossi.
Nonostante le avversità, il governo di Netanyahu è riuscito a completare la legislatura, cercando di ristabilire la propria immagine come garante della sicurezza nazionale, attraverso operazioni militari ripetute in Medio Oriente e successi in ambito militare e di intelligence.
Le elezioni del 27 ottobre si configurano come un vero e proprio referendum sulla sua capacità di governare. Netanyahu si presenta come il politico in grado di fornire certezze a Israele, facendo leva sul sostegno del presidente statunitense Donald Trump. La carriera politica di Netanyahu è caratterizzata da rimonte straordinarie; un’eventuale vittoria in queste elezioni sarebbe la più clamorosa finora.
Il dibattito in Israele riguardo alla gestione della guerra a Gaza si scontra con il focus internazionale sull’attacco di Hamas del 7 ottobre. Netanyahu ha costantemente rifiutato di assumere responsabilità, puntando il dito contro i vertici dei servizi segreti e lasciando intendere che ci potrebbe essere stato un complotto ai suoi danni. Nonostante le indagini giornalistiche abbiano rivelato che fosse stato avvertito sulla minaccia da Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, Netanyahu mantiene le sue posizioni.
A oggi, tutti coloro che avevano ruoli nella sicurezza di Israele durante l’attacco non sono più in carica, tranne Netanyahu, il quale è riuscito a impedire l’apertura di una commissione d’inchiesta indipendente sostenendo che una tale commissione, se nominata dalla Corte suprema, avrebbe potuto rappresentare una minaccia nei suoi confronti.
La sua reputazione, già compromessa un anno dopo gli attacchi, ha visto un miglioramento in seguito agli omicidi di esponenti di Hamas da parte delle forze israeliane. Netanyahu ha anche rivendicato il ritorno in patria di tutti gli ostaggi presi il 7 ottobre e ancora vivi, utilizzando questi successi come argomento nella campagna elettorale.
Oggi il premier dichiara di aver reso Israele una potenza regionale più forte e sicura, grazie a operazioni contro i suoi storici nemici, tra cui Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e il regime iraniano. L’esercito ha anche ampliato le sue posizioni sulle alture del Golan, approfittando della caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024.
La guerra a Gaza ha interrotto le proteste contro la riforma del sistema giudiziario, proposta dal governo e che nel 2023 aveva dominato il dibattito politico. Questa riforma puntava a centralizzare ulteriormente il potere, indebolendo le prerogative della Corte suprema, l’unico organo in grado di contrastare le iniziative legislative del governo.
Netanyahu ha sfruttato gli impegni militari per procrastinare il processo di corruzione che lo vede imputato, iniziato nel maggio 2020. Ha anche richiesto la grazia, giustificando che il processo rappresenti un ostacolo alle sue funzioni in un periodo di guerra. Sebbene il presidente Isaac Herzog non abbia ancora concesso la grazia, Netanyahu è riuscito a mantenere la questione fuori dal dibattito elettorale attuale.
Una vittoria alle elezioni potrebbe consentirgli di archiviare definitivamente il processo, sia attraverso la grazia di Herzog sia tramite altri mezzi. La sopravvivenza politica di Netanyahu si è basata anche sul rifiuto del suo governo di eseguire una sentenza della Corte suprema, che poteva avere conseguenze disastrose per la stabilità della coalizione, ma che obbligava i cittadini ultraortodossi a partecipare alla leva militare.
Ora Netanyahu è in cerca di una soluzione legislativa per limitare gli arruolamenti, alla base di un accordo con i partiti ultraortodossi per una futura coalizione di governo dopo le elezioni.
La crescente isolazione internazionale e il deterioramento dell’immagine pubblica di Israele non sembrano aver rappresentato ostacoli per Netanyahu, il quale ha accusato i critici del suo governo di antisemitismo e giustificato le operazioni militari come parte del “diritto di difendersi” di Israele. Nonostante le critiche, Israele continua a ricevere il sostegno degli Stati Uniti, suo alleato principale, anche se le relazioni tra Netanyahu e Trump hanno conosciuto alti e bassi.
La resistenza e le manovre politiche attuate da Netanyahu potrebbero non garantire la sua permanenza al potere. I sondaggi indicano che la sua coalizione difficilmente raggiungerà i 61 seggi necessari per la maggioranza, escludendo un accordo post-elettorale con i partiti arabi e lasciando aperta l’ipotesi di una politica di stallo, senza una vera maggioranza.