Al confine tra Libano e Siria, i rischi di infiltrazione dei foreign fighters dell’Isis aumentano

14.04.2026 23:55
Al confine tra Libano e Siria, i rischi di infiltrazione dei foreign fighters dell'Isis aumentano

Infiltrazioni di foreign fighters nel Libano: un rischio crescente per la stabilità

DALLA NOSTRA INVIATA
VALLE DELLA BEKAA «Se qualcuno entra, sicuramente lo fa tramite i passaggi clandestini che si trovano nella parte nord della frontiera più difficile da controllare per la sua natura geografica e adiacente al governatorato di Homs e alle aree costiere sunnite». La tensione è palpabile nella Bekaa mentre a Washington stanno per iniziare i negoziati tra Libano e Israele. Il valico con la Siria di Al Masnaa è riaperto da pochi giorni, nonostante le minacce di bombardamenti israeliani. Al momento, attraverso il valico passano solo cibo e medicinali. «Il governo libanese ha insistito e ha ottenuto garanzie scritte con l’aiuto degli americani e dei servizi segreti egiziani», spiega un funzionario della sicurezza di frontiera libanese non autorizzato a rilasciare dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, il governo di Beirut deve affrontare un’altra preoccupazione: dai varchi non ufficiali potrebbero entrare ceceni, uzbeki e uiguri, i foreign fighters dell’Isis, che potrebbero aggravare ulteriormente la situazione per Hezbollah, già impegnata con l’esercito israeliano, o compiere attacchi che destabilizzerebbero gli equilibri libanesi, riporta Attuale.

Una teoria, per il momento? «Wilayat Lubnan» si chiamava la rete affiliata all’Isis smantellata di recente: pianificava attacchi contro istituzioni statali e perfino l’assalto a carceri per liberare detenuti jihadisti. Tra i piani ci sono attentati contro quartieri sciiti, attacchi a posti di blocco dell’esercito libanese, imboscate nei villaggi di frontiera e sabotaggi infrastrutturali, oltre a azioni contro obiettivi occidentali per massimizzare l’impatto mediatico.
«Damasco ci assisterà attivamente nell’affrontare e smantellare i resti dell’Isis, dei pasdaran, di Hamas, di Hezbollah e di altre reti terroristiche, e si impegnerà attivamente nello sforzo globale per garantire la pace», dichiarò nel gennaio 2026, già dopo la caduta del regime di Bashar Al Assad. L’inviato statunitense Tom Barrack rassicurò il mondo sulla nuova partnership tra la Siria e la Casa Bianca, ma oggi il rischio d’infiltrazione va considerato su tre livelli.

Il primo riguarda la capacità jihadista reale: negli ultimi mesi, cellule legate all’Isis hanno dimostrato di essere ancora operative nella Siria meridionale e orientale, con attacchi mirati e la capacità di rigenerarsi. Il secondo si riferisce alla vulnerabilità del confine: l’area Qalamoun–Arsal–Bekaa continua a essere uno dei punti più porosi del Levante, già utilizzato come corridoio per combattenti, armi e logistica. Anche Tripoli e Akkar, dove la marginalità economica e le reti salafite hanno già offerto terreno fertile, sono da tenere sotto osservazione. Il terzo aspetto, più opaco, è quello geopolitico: una destabilizzazione del Libano, anche limitata, potrebbe avere effetti indiretti sul confronto tra Israele e Hezbollah. Se il controllo siriano rimane frammentato, queste direttrici possono riattivarsi rapidamente.

Mentre i fumi dei raid israeliani si alzano sulla valle, torna alla memoria il Captagon. Le reti di trafficanti e criminali dell’era Assad si sono disperse tra Russia, Iraq e Africa occidentale, ma una parte significativa è rimasta in Libano, specialmente nella Bekaa. Non è da escludere che qui i foreign fighters, privi di conflitto, possano trovare non solo un fronte, ma anche un’economia illegale da sfruttare. Si crea così un intreccio classico tra sicurezza, criminalità e linee di confine, che nella Bekaa ha sempre trovato una casa comoda.

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