Il 5 giugno 2026, un attacco al Kuwait ha generato nuove tensioni nel Golfo Persico, colpendo un hangar nella base di al Salem e provocando la morte di un cittadino indiano e il ferimento di 63 persone. Questo evento si inserisce in un contesto di conflitto a bassa intensità, dove i duellanti cercano bersagli per mantenere la pressione mentre la diplomazia si muove con difficoltà, riporta Attuale.
Il Kuwait, insieme al Bahrein, è considerato un anello debole nello schieramento filoamericano e l’attacco è stato attribuito all’Iran, con evidenze video e il ritrovamento di un motore di drone comunemente utilizzato dai pasdaran. Teheran ha negato ogni coinvolgimento, sostenendo che i danni siano stati causati da resti di un sistema antimissile Patriot, suggerendo un “fuoco amico”. Questo episodio ricorda altre affermazioni iraniane sulla non responsabilità di determinati attacchi nei primi giorni del conflitto in Oman, dove erano avvenuti raid mediati con l’Iran.
I rapporti tra Kuwait e Iran sono attualmente tesi, con accuse mosse da quest’ultimo riguardo a piani eversivi e un recente tentativo di sbarco di forze speciali. In risposta, il governo kuwaitiano ha espulso due diplomatici iraniani, segnando un’ulteriore escalation. Inoltre, nel paese ci sono circa 13.500 militari statunitensi in funzione di garanzia della stabilità regionale.
Analizzando la strategia dei Guardiani della Rivoluzione, è evidente che il Kuwait rappresenta un bersaglio più accessibile rispetto agli Emirati Arabi Uniti, che dispongono di forze militari più robuste e di una posizione politica più favorevole rispetto a quella della monarchia kuwaitiana. Teheran ha scelto di prolungare le tensioni invece di contenerle, operando così per infliggere un costo elevato a chi è alleato con gli Stati Uniti e Israele.
Le ripercussioni delle azioni militari
Il governo kuwaitiano ha risposto con misure interne rigorose, tra cui la revoca della nazionalità per migliaia di persone, lasciando molte famiglie in stato di limbo. In Bahrein, la reazione è stata altrettanto severa, poiché la comunità sciita continua a contestare l’autorità sunnita, frequentemente supportata da Teheran.
L’area attorno al Golfo è caratterizzata da un aumento delle attività navali, segnate da attacchi recenti come quello alla nave Sarisky V e dall’intervento della Us Navy che ha immobilizzato più petroliere. Si stima che attualmente circa 170 navi siano ancora bloccate nel Golfo e potrebbero richiedere mesi prima di ripristinare una normale operatività marittima, complicata anche da strutture petrolifere danneggiate.
Le tensioni sono accentuate da un clima di incertezza nel traffico marittimo, con avvisi di sicurezza che circolano tra le rotte commerciali. Secondo gli esperti, il potenziale riapertura della via d’acqua di Hormuz è irta di rischi operativi e logistici, contribuendo ad una crescente ansia tra gli operatori di mercato.