Finanziaria e alleanze: i nodi da sciogliere per Giorgia Meloni
Roma, 17 ottobre 2026 – Mentre Giorgia Meloni porta a casa da Bruxelles i soldi per finanziare il “decreto bollette” limitando l’effetto dell’aumento dei prezzi sul gas sul prezzo dell’energia elettrica per le famiglie e le imprese, deve fare i miracoli – con una legge finanziaria sostanzialmente povera – per venire a capo delle esigenze dei partiti alleati, oltre che del suo. Matteo Salvini ha avuto l’autonomia differenziata per le regioni del Nord che gli dà fiato alla vigilia di un congresso complicato in cui la candidatura di Massimo Garavaglia renderà necessario un voto segreto certamente minoritario nella conferma del segretario, ma sarà fatalmente occasione per compiere piccole vendette e segnalare qualche malessere, riporta Attuale.
Salvini ha avuto soddisfazione nel chiedere soldi a banche e assicurazioni, mentre è difficile che se ne trovino altri per portare la flat tax per le partite Iva da 85mila a 100mila euro. Antonio Tajani aveva chiesto che non si toccassero le banche (la richiesta è di 5 milioni, mentre l’Abi ricorda l’impegno dell’anno scorso a un contributo di 10 milioni e mezzo in tre anni), ma si è rassegnato, visto che i soldi arriveranno attraverso una trattativa e non per imposizione. (“La stabilità ha un costo e giova anche alle banche”, dice Giorgetti). Non è facile, peraltro, che porti a casa l’estensione ai redditi inferiori ai 60.000 euro l’aliquota del 33 per cento di cui beneficiano i redditi fino a 50.000.
Il fronte progressista, come Giuseppe Conte ama chiamare il campo largo, potrebbe fregarsi le mani dinanzi alle difficoltà di quella che avrebbe dovuto essere una legge finanziaria elettorale. Ma riesce a farsi male, giorno per giorno, lavorando ai fianchi Elly Schlein. Le primarie quasi certamente si faranno come richiesto da Conte il giorno dopo il referendum. Ma la sopravvenuta, manifesta contrarietà del M5s, dell’Alleanza Verdi Sinistra e di una parte piccola, ma politicamente non marginale del Partito democratico non aiuta certo la serenità della competizione.
Nonostante i due leader del fronte progressista assicurino di avere ottimi rapporti personali e corretti rapporti politici, i segni di divisione sul campo restano evidenti. La posizione di Meloni sull’Ucraina, che ha ricevuto gli applausi dei riformisti Pd, non ha scalfito il campo largo che ha presentato ancora una volta mozioni distinte. Alla segretaria è stato peraltro rimproverato di essersi astenuta sulla durissima mozione Conte, senza averne ricevuto niente in cambio. Alla fine, si troverà un accomodamento su questo e anche sulla partecipazione di Renzi al fronte progressista, nonostante la quasi totalità degli elettori del M5s lo considerino un pericoloso fattore di inquinamento.
Vedremo, ma dobbiamo aspettarci una campagna per le primarie molto divisiva e – se il centro sinistra dovesse vincere le elezioni – un percorso di governo tutt’altro che agevole.