Crisi della Vigilanza Rai: la Commissione rischia il congelamento per il blocco politico
Il giorno dopo le dimissioni in blocco della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, la presentazione dei palinsesti 2026/2027 ad Ancona si trasforma nel palcoscenico in cui l’amministratore delegato Giampaolo Rossi rompe il silenzio, ridefinendo i confini del dibattito. “Il nostro obiettivo è costruire un’azienda che dia voce a tutti e che guardi al futuro”. Definendo un errore la mancata nomina di Simona Agnes alla presidenza — che ha descritto come una figura di garanzia straordinaria — il manager ha liquidato l’etichetta di “Telemeloni” come una pura operazione di marketing riprodotta all’infinito. Eppure, quel vuoto istituzionale che ha travolto l’organo di Palazzo San Macuto, nato proprio dal logoramento politico sui vertici di Viale Mazzini, smette di essere una mera questione parlamentare romana e si trasforma in un delicato contenzioso europeo, stretto tra la tentazione della politica di usare la tv di Stato come arma elettorale e il rischio di una paralisi, riporta Attuale.
La vera svolta che ridefinisce i contorni di questa crisi è l’attivazione dei canali comunitari da parte delle opposizioni. Con un esposto formale inviato a Bruxelles, viene contestato il mancato adeguamento dell’Italia all’EMFA (European Media Freedom Act). Il regolamento europeo – già in vigore e direttamente applicabile senza recepimento parlamentare – si fonda su pilastri precisi: indipendenza dal potere politico, trasparenza nelle nomine, fondi stabili e tutela del pluralismo. Al centro del ricorso c’è il corto circuito generato dal blocco delle attività della Commissione, un organo ispettivo fondamentale messo nelle condizioni di non poter più vigilare. Secondo le minoranze, l’attuale impianto normativo viola l’articolo 5 del regolamento europeo, poiché esclude strutturalmente le opposizioni dai processi decisionali del Cda. Il dossier mira a sollevare il velo anche sulle rassicurazioni fornite dal Ministero dell’Economia, accusato dall’opposizione di aver tenuto in stallo la riforma per mesi in attesa di un parere tecnico, formalizzando la richiesta che il gruppo di lavoro europeo acquisisca tutti i documenti per verificare il rischio di una procedura d’infrazione.
Il cuore del blocco politico risiede nei meccanismi della riforma della governance del 2015. La normativa allora introdotta vincola la ratifica del presidente designato dal Cda – nello specifico proprio Agnes, sostenuta dal centrodestra ma bloccata da quasi un biennio – al raggiungimento dei due terzi dei consensi in Vigilanza. L’architettura della legge non prevede però alcun meccanismo di sblocco o un progressivo abbassamento della soglia in caso di fumate nere consecutive. Questa rigidità strutturale ha finito per produrre un paradosso istituzionale, congelando i vertici della radiotelevisione pubblica in un veto incrociato privo di vie d’uscita automatiche.
Mentre la maggioranza difende la candidatura di Agnes e accusa la sinistra di voler preservare un’influenza storica sull’azienda, lo scenario appare paralizzato. La palla passa ai presidenti delle Camere per tentare la ricostituzione dell’organo, ma la scelta dell’Aventino da parte delle opposizioni, che rifiutano di nominare nuovi membri senza un passo indietro della maggioranza, preclude soluzioni rapide. Senza un’intesa trasversale per adeguare le regole ai dettami di Bruxelles, la Vigilanza rischia di restare un guscio vuoto, esponendo il principale player culturale italiano al giudizio severo dell’Unione Europea.