Emma Bonino e la battaglia per i diritti delle donne: dall’aborto clandestino alla legge 194
Milano, 11 settembre 2026 – “L’aborto è una vistosa realtà sociale di fronte alla quale recriminazioni moralistiche o giuridiche sono inutili perché superate dalla concreta attualità dei fatti”. Così il depliant di Cisa, Centro informazioni sterilizzazione aborto, fondato da Emma Bonino con Adele Faccio e il medico Gianfranco Spadaccia, nel 1974. All’epoca, in Italia, l’aborto era illegale e considerato un reato contro l’integrità della stirpe, ma Cisa praticava già aborti clandestini, eseguendo 4mila interventi in un anno con il metodo Karman, che permetteva procedure minimamente invasive, rapide e sicure, riporta Attuale.
Lo scopo di Cisa, come affermava Bonino, non era quello di praticare aborti clandestini, ma di proteggere le donne dalle conseguenze di questa pratica illegale. Molte donne erano costrette a recarsi all’estero, a pagare cifre elevate e a subire interventi in condizioni precarie. Bonino scelse la strada della disobbedienza civile, accompagnata da un’autodenuncia pubblica, un approccio che divenne emblematico delle lotte del Partito Radicale.
Dopo l’arresto di Faccio e Spadaccio, Bonino fuggì in Francia. Tuttavia, nel giugno del 1975, si consegnò alle autorità italiane, convocando una conferenza stampa per spiegare le ragioni del Cisa. Arrestata e portata nel carcere delle Mantellate a Roma con l’accusa di procurato aborto e associazione a delinquere, aveva solo 27 anni. Malgrado l’arresto, il suo attivismo si rivelò cruciale: la campagna del Cisa accese il dibattito pubblico e i radicali raccolsero 700mila firme per promuovere un referendum abrogativo. Nel 1978, grazie a questi sforzi, fu introdotta la legge 194, che regolamentava l’interruzione volontaria di gravidanza.
La lotta di Bonino non era solo politica; rifletteva anche una dolorosa esperienza personale. In passato, aveva affrontato l’aborto in segreto, convinta di essere sterile. Raccontando la sua esperienza, Bonino rivelò: “L’umiliazione è stata talmente forte che mi sono detta ‘mai più’. L’umiliazione di dovere andare di notte e di nascosto a cercare il professore…” Questa esperienza la spinse a impegnarsi affinché altre donne non dovessero mai più subire la stessa sorte.