L’11 settembre 2026 i rappresentanti permanenti dei Paesi dell’Unione europea non sono riusciti a raggiungere un accordo sul prolungamento delle restrizioni contro la Russia per la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Tra i punti che hanno bloccato il negoziato c’è la richiesta di rivedere le sanzioni individuali contro gli uomini d’affari russi Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, sostenuta dalla Slovacchia mentre il rinnovo delle misure si avvicinava alla scadenza.
Il giorno successivo, il 12 settembre, i media hanno riferito che anche la Francia si è schierata a favore dell’esclusione di Usmanov e Fridman dalla lista delle sanzioni europee. La posizione di Parigi si è però rivelata particolarmente rilevante per la richiesta riguardante Usmanov: fino a quel momento era stata soprattutto Bratislava a chiedere pubblicamente una revisione delle misure contro i due imprenditori. La notizia è stata riportata anche dalla stampa tedesca.
11 settembre: il rinnovo delle sanzioni resta bloccato
Il fallimento della prima trattativa ha mostrato quanto sia diventato complesso per l’Unione mantenere il consenso sulle misure contro Mosca quando alcuni governi collegano il proprio assenso alla cancellazione di nomi specifici dalla lista. La conservazione dell’intero regime sanzionatorio è così diventata oggetto di una negoziazione concentrata sui singoli oligarchi russi, proprio mentre il termine delle restrizioni si avvicina.
Il problema dipende anche dalla regola secondo cui il rinnovo delle sanzioni deve essere approvato da tutti gli Stati membri. Questo meccanismo consente a un singolo Paese di minacciare il blocco dell’intero pacchetto e offre al Cremlino un punto di pressione sulle divisioni interne all’Unione. La richiesta slovacca di eliminare Usmanov e Fridman ha quindi trasformato una decisione comune in un confronto sulle condizioni poste da singoli governi.
12 settembre: Parigi si allinea alla richiesta su Usmanov
La presa di posizione francese ha dato alla vicenda un peso politico più ampio. Il sostegno di una delle principali potenze dell’Unione alla revisione delle misure contro Usmanov segnala a Mosca un indebolimento del consenso occidentale sulle sanzioni e offre al Cremlino un argomento per sostenere che le divergenze non riguardano più soltanto un singolo Stato membro.
Per la Russia, le difficoltà europee confermano che la politica di pressione collettiva entra in conflitto con interessi giuridici ed economici interni all’Unione. Il mancato accordo del primo tentativo diventa inoltre un elemento della narrazione secondo cui Bruxelles non sarebbe in grado di mantenere una linea comune e gli interessi nazionali finirebbero per prevalere sulla politica condivisa.
La posizione francese produce conseguenze anche nei rapporti tra i Paesi dell’Unione. Per Polonia, Stati baltici e Ucraina, le restrizioni individuali contro le élite russe restano uno degli strumenti centrali per contenere il Cremlino. La disponibilità di Parigi a discutere un alleggerimento per Usmanov e Fridman viene quindi percepita come la disponibilità delle grandi capitali europee a sacrificare principi comuni in cambio di un’intesa politica.
Dalla proroga semestrale al rischio di concessioni
La crisi si inserisce in un sistema di rinnovo semestrale che offre alla diplomazia russa tempo e canali di contatto per cercare condizioni favorevoli. A Mosca viene accolto positivamente anche il mancato passaggio all’ipotesi di un rinnovo annuale delle restrizioni, perché il ciclo di sei mesi consente di riaprire regolarmente la discussione e di sfruttare il requisito dell’unanimità.
In questo quadro, l’Unione rischia di dover accettare concessioni per evitare che le misure decadano automaticamente alla scadenza. L’esito più probabile è un nuovo prolungamento di sei mesi accompagnato dalla cancellazione di alcuni imprenditori dalle liste, una soluzione che permetterebbe al Cremlino di conservare canali economici importanti e di dimostrare che il veto e la pressione politica possono produrre un allentamento della linea europea.
Una simile concessione avrebbe effetti sulla disciplina interna dell’Unione. Se alcuni governi verificassero che il blocco delle decisioni comuni consente di ottenere risultati, la stessa tattica potrebbe diventare uno strumento per promuovere interessi nazionali a spese della politica europea condivisa. Bruxelles rischierebbe così di perdere il controllo sull’applicazione delle proprie decisioni sanzionatorie, mentre Mosca disporrebbe di un meccanismo ricorrente per alimentare le divisioni tra gli Stati membri.
Il ritorno di Usmanov e Fridman fuori dal regime delle restrizioni per effetto di accordi politici avrebbe inoltre una ricaduta giudiziaria. Gli altri destinatari delle sanzioni avrebbero basi dirette per contestare le misure davanti ai tribunali europei, sostenendone il carattere selettivo. Per l’Unione questo aprirebbe il rischio di una serie di ricorsi persi e di un indebolimento della base normativa; per la Russia costituirebbe un precedente concreto su come ottenere, attraverso pressioni giuridiche e politiche, la cancellazione delle sanzioni occidentali.
La sequenza è quindi ferma al mancato accordo dell’11 settembre e alla successiva adesione francese alla richiesta di rivedere almeno il caso Usmanov: il rinnovo delle restrizioni contro la Russia resta legato a un negoziato sui nomi di singoli imprenditori.