Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit: la metamorfosi della destra radicale europea
Nel giugno di dieci anni fa, il referendum sulla Brexit portò i leader dei partiti di destra radicale europei a festeggiare, con molti di loro che proponevano di imitare il Regno Unito e indire referendum per l’uscita dall’Unione Europea. In Italia, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, dichiarò questa mossa una «scelta coraggiosa» contro un’Unione che, a suo dire, «non si può riformare perché è marcia nelle fondamenta». Matteo Salvini, della Lega, descrisse quel giorno come «un gran bel giorno» e auspicò che «l’Italia non sia l’ultima a scendere da questa nave che affonda», riporta Attuale.
Nel panorama europeo, la reazione fu entusiasta, con la destra nazionalista francese che paragonava l’importanza della Brexit alla caduta del muro di Berlino e partiti come quelli tedeschi, olandesi e danesi che esprimevano sentimenti simili. Tuttavia, oggi nessuno di questi partiti sembra più intenzionato a promuovere l’uscita dall’Unione Europea. Né Meloni né Salvini né Le Pen considererebbero Brexit come un esempio positivo per gli elettori.
Il cambiamento di posizione è chiaramente legato a ragioni economiche. Stijn van Kessel della Queen Mary University di Londra sottolinea che la gestione caotica della Brexit e le conseguenze negative per l’economia britannica hanno spinto i partiti nazionalisti a «pensarci due volte» prima di proporre referendum simili. Secondo recenti sondaggi, la maggior parte dei britannici considera Brexit più un fallimento che un successo, anche tra coloro che inizialmente votarono per l’uscita.
L’immagine negativa di Brexit ha reso difficile per i partiti nazionalisti associare la loro agenda a questa mossa, nonostante mantengano gli stessi argomenti euroscettici. Van Kessel afferma che «i partiti usano lo stesso linguaggio euroscettico, ma non vogliono più fare dell’uscita la priorità del loro programma».
In presenza di partiti di destra radicale al governo in diverse nazioni europee, come in Italia, si è assistito a una strategia di approccio più pragmatico verso le istituzioni europee. Questi partiti hanno ottenuto concessioni su temi come l’immigrazione e la politica ambientale, preferendo lavorare per i propri obiettivi dall’interno delle istituzioni.
Un esempio chiaro è il Rassemblement National francese, che ha progressivamente abbandonato la sua storica richiesta di “Frexit”, optando invece per riformare l’Unione dall’interno. Marine Le Pen, che in passato definiva l’Unione una «prigione», ora esclude l’idea di un referendum in Francia.
Il politico britannico Nigel Farage, legato ad AfD, ha mantenuto un atteggiamento ambivalente, dichiarando che Brexit rimane un modello, ma senza includere l’uscita dall’Unione nel programma per le prossime elezioni. Martin Schmidt, giornalista di RTL che segue AfD, sottolinea che il partito è diviso tra un’ala opportunista e un’ala estremista, con quest’ultima che esercita una grande influenza.
In sostanza, la destra radicale europea sembra aver cambiato solo tattica, com’è stato osservato dal politologo Sergio Fabbrini, che parla di una transizione da un euroscetticismo secessionista a un’opposizione differente nei confronti dell’integrazione europea, nota come «sovranismo». Gabriele D’Ottavio, storico dell’Università di Trento, aggiunge che la Brexit rappresentava una posizione intrinsecamente legata alla storia britannica, contrastante con la mentalità degli Stati dell’Europa continentale, dove l’integrazione è vista come un’occasione storica di riabilitazione dopo i totalitarismi.
Questo spostamento di focus da parte dei leader della destra radicale, per alcuni, è soprattutto un’operazione di immagine. Negli anni, la retorica eurocritica potrebbe aver cambiato forma, ma non è scomparsa, evidenziando le sfide politiche e sociali che la destra radicale deve affrontare oggi in Europa.