La Pressione dell’UE su Roma: Decisioni Cruciali sul Programma Safe
Roma, 29 luglio 2026 – Bruxelles non chiede più all’Italia una dichiarazione d’intenti, ma una decisione. Il programma Safe, il nuovo strumento europeo per finanziare la difesa comune, è già entrato nella fase operativa e la Commissione vuole sapere in tempi rapidi se Roma intenda utilizzare per intero i 14,9 miliardi di prestiti assegnati oppure rinunciarvi in parte, consentendone la riallocazione ad altri Paesi. Il termine di dicembre evocato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani viene considerato troppo lontano: per Palazzo Berlaymont l’autunno è l’ultima finestra utile. La questione italiana è diventata così un banco di prova per l’intero meccanismo. Safe mette a disposizione degli Stati membri 150 miliardi di euro in prestiti agevolati, con una durata fino a 45 anni e dieci anni di preammortamento. È il primo pilastro di ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, il piano con il quale l’Unione ha deciso di accelerare sul rafforzamento della propria capacità militare e industriale dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il deterioramento del quadro di sicurezza continentale, riporta Attuale.
Le risorse possono finanziare munizioni, missili, sistemi di difesa aerea, droni e tecnologie anti-drone, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e mobilità militare. La logica è duplice. Da un lato, fornire agli Stati un canale di finanziamento più conveniente del mercato, dall’altro, orientare la domanda pubblica verso una vera base industriale europea della difesa. Per questo i contratti devono rispettare vincoli di provenienza delle componenti e privilegiare appalti comuni, con una quota non superiore al 35 per cento per materiali originari di Paesi terzi. Finora diciannove Stati membri hanno aderito allo strumento e i rispettivi programmi sono stati approvati dalla Commissione e dal Consiglio. Dieci hanno già autorizzato gli accordi esecutivi necessari a sbloccare gli esborsi. La Polonia è stata la prima e resta il principale beneficiario, con una quota potenziale di 43,7 miliardi. La Bulgaria è l’ultimo Paese ad avere completato il passaggio. L’Ungheria rappresenta invece l’eccezione: il piano iniziale non ha ottenuto il via libera e Budapest dovrà presentarne uno nuovo a settembre. In questo quadro l’Italia occupa una posizione particolare. Il suo programma è stato accolto positivamente a Bruxelles e la quota assegnata, 14,9 miliardi, è tra le più consistenti. Ma manca ancora la firma dell’accordo di prestito da parte del ministero dell’Economia, indispensabile per avviare la prima tranche. È questo lo scarto che l’Unione vuole colmare: tra l’approvazione politica del piano e la sua traduzione finanziaria e industriale.
La Commissione preferirebbe che Roma utilizzasse l’intero importo. Non soltanto perché l’Italia dispone di un’industria della difesa considerata strategica per la sicurezza europea, ma anche perché una rinuncia parziale costringerebbe Bruxelles a ricalcolare rapidamente le disponibilità residue. Le stime informali indicano circa 10 miliardi ancora potenzialmente riallocabili attraverso un secondo bando, sul quale premono soprattutto Polonia e Paesi baltici. Il messaggio rivolto al governo italiano è dunque meno politico che operativo: servono importi certi, tempi definiti e la firma dell’accordo. Safe non è un fondo permanente, ma uno strumento costruito per mobilitare subito investimenti comuni in una fase nella quale l’Europa considera la difesa una priorità economica, industriale e geopolitica. Per Roma la scelta non riguarda soltanto quanto indebitarsi, ma se stare fino in fondo dentro la nuova architettura europea della sicurezza o lasciare ad altri una parte delle risorse e della capacità produttiva che essa può generare.