L’attacco statunitense in Venezuela: un’analisi della pressione militare e politica in corso

03.01.2026 13:25
L'attacco statunitense in Venezuela: un'analisi della pressione militare e politica in corso

Attacco degli Stati Uniti in Venezuela: culmina una lunga strategia di pressione

L’attacco degli Stati Uniti in Venezuela nella notte tra venerdì e sabato rappresenta l’apice di un’operazione di pressione militare, economica e politica che si protrae da mesi. Gli Stati Uniti avevano come obiettivo il rovesciamento del regime di Nicolás Maduro, presidente autoritario del paese. Donald Trump ha annunciato che Maduro è stato «catturato» e portato via dal Venezuela, ma non si conoscono i dettagli sulle prossime mosse, riporta Attuale.

Le pressioni sono cominciate a settembre, quando le forze statunitensi hanno iniziato a bombardare piccole imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, accusate di trasportare droga. In questi mesi, sono stati colpiti circa 35 natanti e il numero delle vittime ha superato le 110 unità. Tali attacchi sono stati giudicati da molti esperti come illegali e con un’efficacia limitata nella lotta al narcotraffico, data la predominanza del traffico via terra dal Messico. Così, gli attacchi sono stati interpretati come un primo passo dell’amministrazione Trump per destabilizzare il regime di Maduro.

Nel corso dell’autunno, gli Stati Uniti hanno iniziato ad accumulare navi da guerra nel mar dei Caraibi, definendole da Trump come «un’enorme armata». La flotta include una portaerei e decine di navi d’attacco, cargo e per operazioni speciali, con oltre 15.000 soldati schierati, tra marinai e militari, secondo fonti militari statunitensi.

Tuttavia, queste forze appaiono insufficienti per un’invasione di terra, come sostenuto da Maduro, ma sono più che adeguate per il recente attacco. A dicembre, la marina statunitense ha iniziato a bordare e sequestrare petroliere in entrata e in uscita dai porti venezuelani, aggravando ulteriormente la crisi economica del paese, fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio.

Oltre alla pressione militare, l’amministrazione Trump ha introdotto sanzioni economiche, tra cui un embargo sul petrolio, isolando ulteriormente il Venezuela. Ad agosto, la ricompensa per informazioni utili all’arresto di Maduro è stata aumentata a 50 milioni di dollari, mentre Trump ha autorizzato la CIA a condurre operazioni di intelligence nel territorio venezuelano. Non sono ancora emerse notizie sugli esiti di tali operazioni.

Alla fine di dicembre, gli Stati Uniti hanno effettuato bombardamenti con droni in vari porti venezuelani, sebbene in forma limitata rispetto all’attacco recente. Resta da capire perché Trump abbia posto tanta enfasi sul Venezuela; sebbene il regime sia ostile agli Stati Uniti da decenni, non ha mai rappresentato una minaccia diretta alla sicurezza americana.

L’amministrazione ha parlato della necessità di combattere il traffico di droga proveniente dal Venezuela, con Trump che ha affermato a novembre, «Le droghe, moltissime droghe arrivano dal Venezuela». Tuttavia, l’efficacia di tale giustificazione è stata messa in dubbio, considerata l’entità del problema.

Un’ulteriore ipotesi è che gli Stati Uniti possano essere interessati all’accesso alle immense riserve petrolifere venezuelane, nonostante non abbiano di fatto bisogno del petrolio locale, essendo ormai autonomi energeticamente. Un’eventuale caduta del regime di Maduro potrebbe anche servire a riaffermare la forza degli Stati Uniti in America Latina, favorendo la formazione di un governo democratico sostenuto dall’opposizione, come quello di María Corina Machado. Questa strategia sarebbe tesa anche a consolidare alleanze con altri governi latinoamericani affini all’attuale amministrazione, tra cui quelli di Javier Milei in Argentina e Nayib Bukele in El Salvador.

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