Mattarella interviene sulla Flotilla: appello alla sicurezza e alla mediazione
L’ultima persona con cui Sergio Mattarella parla prima di prendere carta e penna è Giorgia Meloni. Un colloquio che segue giorni di contatti febbrili con tutte le istituzioni coinvolte nella vicenda della Global Sumud Flotilla, da Palazzo Chigi ai ministeri chiave, passando per il cardinale Matteo Zuppi. Dal Quirinale si affrettano a precisare che a spingere il capo dello Stato a intervenire non è stata la premier: conoscendone il rigore, non c’è motivo di dubitare. Il suo messaggio, diffuso in italiano e in inglese, è esplicito: ribalta il giudizio sferzante espresso dalla presidente del Consiglio a New York, riconoscendo alla missione un “valore che si è espresso con ampia risonanza e significato”. Non risparmia una dura critica a Israele, sottolineando come “bisogna evitare di porre a rischio l’incolumità di ogni persona, in un momento in cui a Gaza il valore della vita sembra aver perso significato”. Chi rischia di mettere a repentaglio la propria sicurezza? Le “donne e gli uomini” della Flotilla: a loro rivolge un appello, invitandoli ad accettare la mediazione del Patriarcato latino di Gerusalemme “per consegnare in sicurezza” gli aiuti destinati alla popolazione di Gaza. Un modo per salvare la missione ed evitare una pericolosa escalation, ricomponendo pure il fronte politico frammentato, con Tajani che si attiva per sentire i leader della sinistra, da Schlein a Conte. Non casualmente Meloni, a fine giornata, abbandona i toni striduli e ringrazia gli “esponenti di opposizione che, raccogliendo le sagge parole del Presidente” hanno invitato gli attivisti ad accettare soluzioni alternative, riporta Attuale.
La situazione, già bollente, si era surriscaldata dopo il primo “no” della Flotilla. L’ipotesi messa in campo a New York da Meloni e Tajani, depositare gli aiuti a Cipro, era considerata irricevibile dagli attivisti e da parte dei democratici perché “il governo ci ha messo il cappello”. L’intervento di Mattarella serve anche “a mettere la chiesa al centro del villaggio”, per dirla con Giuseppe Conte. E cioè, a riportare la mediazione sotto un’egida istituzionale e religiosa, più accettabile per gli attivisti. In realtà al tentativo di inventare una soluzione avevano contribuito un po’ tutti: l’esecutivo, il patriarcato, il Vaticano e persino il Pd, inclusi i due parlamentari di Elly Schlein imbarcati nella missione, Scotto e Corrado. I primi ad accogliere l’invito di Mattarella sono Renzi, Calenda e la minoranza del Pd. Il Nazareno, dopo qualche ora di attesa, scioglie la riserva e sposa la linea del Colle. “Sono parole importantissime – spiega il responsabile degli Esteri, Peppe Provenzano – che condividiamo”. Conte gioca di fino: fa i complimenti all’inquilino del Colle, ma rimette la decisione agli organizzatori, suggerendo però “un supplemento di riflessione”.
Dopo l’aggressione dei giorni scorsi, i ministri Crosetto e Tajani avevano ottenuto garanzie da Israele contro attacchi in acque internazionali, ma lo Stato ebraico resta irremovibile sul blocco navale. Il ministro degli Esteri Saar è chiaro: “Siamo pronti ad accordi costruttivi per il trasferimento degli aiuti, ma non consentiremo l’ingresso delle navi in una zona di combattimento attiva”. Il piano israeliano prevederebbe l’abbordaggio delle barche da parte dell’unità navale Shayetet 13, il trasferimento degli equipaggi su un’unica imbarcazione per il rimpatrio e l’arresto – in celle già allestite – di chiunque opponga resistenza.
È un quadro che potrebbe degenerare in violenza, con ripercussioni anche sull’ordine pubblico in Italia, come avverte il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. “C’è chi vuole trasformare questa vicenda in qualcosa che si può riflettere sulle piazze”. La mossa di Mattarella è un tentativo per scongiurare il peggio. Ora la palla passa agli attivisti in mare, divisi al loro interno, mentre si cercano nuove mediazioni, come quella di far sbarcare gli aiuti in Egitto.