«Il titolo di questa conferenza stampa è: aprite gli occhi davanti alle menzogne di Hamas». Il Bibi Show si svolge in due atti pomeridiani e senza preavviso: due convocazioni per due conferenze stampa a orari differenti, presso l’ufficio del primo ministro israeliano a Gerusalemme. Una riservata ai giornalisti stranieri meno critici, l’altra dedicata ai media nazionali. L’obiettivo è dimostrare ai giornalisti stranieri, attraverso gigantografie contrassegnate da «falso», che è attualmente in atto «una campagna globale di menzogne contro Israele» e che «le sole persone che oggi muoiono di fame a Gaza sono i nostri ostaggi», perché «se avessimo adottato una politica di fame, nessuno sarebbe sopravvissuto dopo due anni di guerra». Inoltre, il premier assicura che i tempi di occupazione della Striscia saranno «brevi» e che «non miriamo a occupare, ma a smilitarizzare»: diverse roccaforti rimangono sotto il controllo di Hamas, ma gran parte del lavoro, insiste Netanyahu, è stato completato. «Vogliamo liberare la maggior parte degli ostaggi e sconfiggere Hamas», afferma, per porre fine a questo conflitto in modo decisivo. «La guerra è durata a lungo anche perché ci siamo fermati davanti agli ostaggi», riporta Attuale.
Il piano annunciato da Israele ha dominato anche una conversazione telefonica avvenuta ieri sera tra Bibi e Donald Trump. I palestinesi si mostrano ansiosi? Nessun problema: «la popolazione potrà lasciare in sicurezza le zone di combattimento» (nel frattempo, ieri sono stati uccisi 26 palestinesi in fila per gli aiuti), e saranno garantite cure mediche con «abbondanti»«uno di loro era un terrorista». E riguardo alle timide aperture di Hamas per una tregua? Netanyahu afferma: «Sono condizioni di resa che nessun governo responsabile può accettare».
Sotto il fuoco delle critiche internazionali, contestato nelle piazze di Tel Aviv e in concomitanza con lo sciopero generale indetto dalle associazioni delle famiglie degli ostaggi, Netanyahu risponde proprio nel giorno in cui si riuniscono il Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Lega araba. Una mossa strategica per oscurare i rivali e prevenire ulteriori attacchi. Ribadisce più volte che «la fame a Gaza non esiste» e che europei e altri Paesi, come l’Australia, sono caduti nella «trappola delle menzogne» di Hamas: «Il 7 ottobre c’è stato il peggior attacco agli ebrei dalla Shoah». Se accanto a Melbourne o Sydney ci fossero stati attacchi così orribili, chiede, «cosa farebbero?» Ma riguardo agli aiuti bloccati? Netanjahu afferma che è colpa di Hamas che «li saccheggia», oltre che dell’Onu, che «ha rifiutato di distribuire migliaia di container» già entrati nella Striscia.
Durante l’evento, il premier mostra una foto pubblicata dal New York Times di un bambino palestinese in evidente stato di malnutrizione, promettendo di denunciare il giornale per diffamazione: «Non si tratta di fame, ma di un bambino affetto da patologie precedenti». Netanyahu è categorico: la rappresentazione mediatica della carestia ricorda «le maligne bugie raccontate nel Medioevo sul popolo ebraico». È consapevole che in queste condizioni i media israeliani e stranieri non possono entrare a Gaza? «Ho ordinato di portarli dentro», afferma con fermezza.
Una volta per tutte, Netanyahu chiarisce a francesi e inglesi ciò che già sapevano: è «deludente» e «vergognoso» che ora chiedano uno Stato palestinese. È dispiaciuto anche per il suo «amico», il cancelliere tedesco Friedrich Merz, «ceda alle pressioni di gruppi e alle fake news», riducendo così gli aiuti militari. Tuttavia, afferma «vinceremo la guerra con o senza il sostegno degli altri». La sua posizione rimane inalterata: «si dice che il nostro problema coi palestinesi sia l’assenza di uno Stato palestinese, ma se i palestinesi avessero uno Stato, tenterebbero solo di distruggere il nostro». Anche per i palestinesi di Cisgiordania, sostiene, vale il pay for slay: «più ebrei uccidi, più ti paghiamo».