Quando si parla di «secolo asiatico» è riduttivo pensare alla sola Cina. L’Asia non è un continente che può organizzarsi attorno a un unico centro imperiale; include rilevanti attori come India, Giappone e penisola coreana. Questi paesi, pur diversi per storia e sviluppo, condividono due fattori essenziali: sono democrazie e non aspirano a diventare vassalli di Pechino. L’India, che rivalizza con la Cina in termini di popolazione e ambizioni, ha recentemente superato il vicino per numero di abitanti e possiede potenze nucleari e un programma spaziale di livello mondiale. Le aree del Sud, come Bangalore e Hyderabad, esportano tecnologia e servizi, mentre sempre più dirigenti indiani occupano ruoli di vertice nelle multinazionali americane. Per le aziende occidentali, l’India si presenta come un’alternativa alla Cina. Tuttavia, l’India non è destinata a diventare un secondo gigante cinese. La sua burocrazia complessa e una democrazia che facilita discussioni prolungate rendono il processo decisionale più complicato, mentre l’inadeguatezza delle infrastrutture rappresenta una sfida continua. Questo pluralismo, in compenso, offre controlli assenti nei regimi autoritari, permettendo una competizione interna tra vari gruppi sociali e culturali.
Il «doppio gioco»
La politica estera dell’India è spesso descritta come un «doppio gioco», ma si preferisce definirla autonomia strategica. L’India partecipa al Quad con Stati Uniti, Giappone e Australia per limitare la Cina, mentre allo stesso tempo acquista petrolio e armi dalla Russia, evitando le sanzioni occidentali. Questo approccio si basa su una storicità di non allineamento e sul calcolo che la vera sfida provenga da Pechino, che rimane un antagonista lungo la già tesa frontiera himalayana. Gli Stati Uniti devono accontentarsi di una «mezza» politica estera indiana che si oppone a Pechino. Il Giappone, con una popolazione dieci volte inferiore a quella indiana, viene spesso considerato in declino, ma continua a essere uno dei paesi più ricchi e innovativi. La sua apparente stagnazione è in realtà un frainteso; Tokyo è diventata il leader invisibile delle catene di approvvigionamento globali, contribuendo essenzialmente alla tecnologia di molti prodotti marchiati come americani, cinesi o coreani.
Legami e tensioni
Oggi, il panorama si è trasformato: la Cina è tornata a essere un gigante e il Giappone si sente accerchiato. Le tensioni storiche, 1.500 anni di scambi e conflitti, non sono mai state risolte. Le memorie delle occupazioni e delle atrocità commesse dal Giappone non hanno facilitato una veritiera riconciliazione. Pechino utilizza la narrativa storica per alimentare il risentimento anti-giapponese, mentre le aggressioni cinesi spingono il Giappone a rafforzarsi militarmente. La premier Sanae Takaichi, seguendo le orme di Shinzo Abe, mira a espandere le capacità difensive nazionali, sviluppare risorse strategiche e prepararsi a un possibile scenario in cui l’alleanza con gli Stati Uniti non sia garantita. Quando è stato dichiarato che un’invasione di Taiwan rappresenterebbe una minaccia diretta per il Giappone, la risposta cinese è stata di intimidire, ma ciò ha finito per aumentare la popolarità di Takaichi. Il controllo su Taiwan è cruciale per le rotte marittime vitali per Giappone e Corea del Sud. Se la Cina dovesse trasformare Taiwan in una base navale, si creerebbe una pressione significativa sulle vie di approvvigionamento di petrolio e gas.
Oriente multipolare
L’Asia orientale presenta un contrasto netto fra le due Coree: una democratica e prospera, l’altra militarizzata e comunista. La linea di demarcazione tra le due istituzioni rimane uno dei luoghi più rischiosi del pianeta. Il conflitto del 1950 è sorta anche da miscalcoli sull’atteggiamento americano, fondamentale nel determinare le attuali alleanze. Pur non esistendo un blocco omogeneo tra India, Giappone e Corea del Sud, tutti hanno interessi economici profondi con la Cina, che, pur dominando in termini industriali, non esercita un controllo assoluto sull’Asia. Il futuro della regione dipenderà dalla capacità di collaborazione tra queste nazioni, preservando al contempo la loro autonomia. Se il XXI secolo sarà asiatico, non parlerà certamente una sola lingua, ma piuttosto rifletterà la diversità e la complessità del continente, riporta Attuale.
Incredibile come l’Asia sia così complessa e variegata! 😮 Non si può ridurre tutto alla Cina. L’India sta crescendo ma ha le sue sfide, la burocrazia e le infrastrutture fanno paura. E poi, il Giappone ha una storia che pesa… Spero che riescano a trovare un equilibrio.