Dalle «Case russe» alle «Case della democrazia»: l’alternativa al Cremlino in Europa

24.09.2026 09:50
Dalle «Case russe» alle «Case della democrazia»: l’alternativa al Cremlino in Europa
Dalle «Case russe» alle «Case della democrazia»: l’alternativa al Cremlino in Europa

In una fase in cui l’Ucraina chiede ai governi democratici di limitare l’attività dei centri «Casa Russa», il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha ha sollecitato la chiusura delle strutture che operano all’estero sotto l’egida di Rossotrudničestvo. Organizzazioni russe antimilitariste e democratiche attive in Europa e Nord America hanno sostenuto l’appello, proponendo di sostituire quei centri con spazi indipendenti dedicati alla cultura libera, all’informazione e all’aiuto alle persone perseguitate dalle autorità russe.

Dall’appello ucraino alla risposta delle organizzazioni russe

La presa di posizione dei firmatari è accompagnata da una distinzione precisa: il confronto non riguarda la lingua russa, la cultura russa o le comunità russofone che vivono in Europa. Il punto è chi controlla queste strutture e quali interessi politici rappresentano.

Secondo le organizzazioni, le «Case russe» non esprimono la società russa nel suo insieme, ma una parte del sistema statale di un Paese che conduce una guerra di aggressione contro l’Ucraina e cerca di mantenere la propria influenza politica e informativa all’estero. La loro attività viene quindi considerata alla luce del rapporto con le autorità russe e non come una semplice iniziativa culturale.

Le organizzazioni democratiche russe hanno contestato anche la pretesa di Mosca di avere il monopolio sulla rappresentanza di milioni di cittadini russi residenti fuori dal Paese. Lingua, letteratura, arte e patrimonio culturale non appartengono allo Stato russo, sostengono i firmatari, e il Cremlino non può parlare a nome di tutti i russi, compresi coloro che condannano la guerra, la dittatura e la repressione politica.

La proposta di una nuova rete culturale e civile

Da questa posizione è nata la proposta di creare, al posto dei centri legati all’influenza statale russa, delle «Case della democrazia». Sarebbero spazi indipendenti fondati dalla società civile democratica russa insieme alle organizzazioni dei Paesi ospitanti, con un rapporto trasparente con le comunità locali e nel rispetto delle leggi degli Stati in cui operano.

Le nuove strutture potrebbero sostenere la cultura russa e russofona indipendente, promuovere programmi educativi e divulgativi, aiutare i prigionieri politici e gli attivisti perseguitati, accompagnare l’adattamento di rifugiati ed emigrati e preservare il giornalismo russofono indipendente.

Tra le attività indicate figurano inoltre il confronto sul futuro di una Russia democratica e lo sviluppo del dialogo tra russi, ucraini e società europee. L’obiettivo è separare il sostegno alle persone russofone dalla collaborazione con gli apparati dello Stato russo, senza trasformare il rifiuto delle strutture del Cremlino in un rifiuto della lingua o della cultura.

Il passaggio dalla cultura alla sicurezza

Per i promotori, la sostituzione dei centri statali con spazi indipendenti avrebbe anche una dimensione di sicurezza. La semplice chiusura delle «Case russe» potrebbe lasciare un vuoto culturale e sociale, che in seguito potrebbe essere nuovamente occupato da strutture legate a Mosca. Una rete democratica offrirebbe invece un canale alternativo per sostenere le comunità russofone e contrastare l’uso dei progetti culturali come strumenti di influenza politica e di diffusione delle narrazioni del Cremlino.

La proposta insiste così sulla separazione tra lo Stato russo, responsabile della guerra, e i cittadini russi che si oppongono all’aggressione e all’autoritarismo. La distinzione è ritenuta particolarmente importante nei Paesi europei dove vivono milioni di cittadini e migranti russofoni: il contrasto alle strutture governative russe, affermano i firmatari, non deve produrre sospetti generalizzati verso chi parla russo.

Il sostegno a spazi civici indipendenti viene presentato anche come uno strumento per favorire l’integrazione, il dialogo pubblico e la resistenza alla disinformazione. In questa prospettiva, l’alternativa alle «Case russe» non è l’assenza di relazioni con le comunità russofone, ma un diverso modello di interlocuzione, separato dal potere statale russo.

La richiesta ai governi e l’adesione delle organizzazioni

Gli autori dell’appello hanno quindi chiesto ai governi europei e agli altri Paesi democratici di esaminare l’attività di Rossotrudničestvo e della rete delle «Case russe» sotto il profilo della sicurezza nazionale, della trasparenza dei finanziamenti e del possibile intervento straniero. Parallelamente, hanno proposto di sostenere l’infrastruttura della società civile russa libera, indipendente dal Cremlino, responsabile verso la società e conforme alle norme dei Paesi ospitanti.

L’iniziativa è stata sottoscritta da La Asociación de Rusos Libres in Spagna, dalla canadese Database of War Supporters “Nuremberg Trial 2.0”, da Russians for Freedom and Democracy e dall’Associazione dei Russi Liberi in Italia, oltre che dal progetto per i diritti umani «Iskra», da Russie-Libertés in Francia, dalla Comunità democratica dei russi a Cipro, da Russian America for Democracy in Russia, Freies Russland NRW, Russi Contro La Guerra Italia, dalla Comunità democratica dei russofoni in Finlandia, da Antiwar Serbia e dalla Russian Democratic Society nel Regno Unito.

Tra i firmatari individuali figurano Marat Gelman, Dmitrij Gudkov, Elena Lukjanova, Maksim Reznik e Anastasija Ševčenko. La composizione dell’elenco riunisce organizzazioni attive in diversi Paesi e persone impegnate contro la guerra e l’autoritarismo russo, a sostegno dell’idea che la rappresentanza della cultura e delle comunità russofone non debba essere affidata a strutture controllate dallo Stato che conduce la guerra.

La posizione attuale è quindi definita: ai governi viene chiesto di limitare o chiudere i centri di Rossotrudničestvo, mentre le organizzazioni democratiche russe propongono di mantenere aperto lo spazio per la cultura, il giornalismo e il dialogo, trasferendolo dalle strutture del Cremlino a «Case della democrazia» indipendenti.

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