Quando la fine di un’offensiva diventa una sconfitta: la campagna contro il comando ucraino

22.10.2026 11:36
Quando la fine di un’offensiva diventa una sconfitta: la campagna contro il comando ucraino
Quando la fine di un’offensiva diventa una sconfitta: la campagna contro il comando ucraino

Tra il 19 e il 20 ottobre 2026, tre siti europei hanno rilanciato una stessa lettura della guerra in Ucraina: le difficoltà sul fronte sarebbero il risultato di decisioni sbagliate dei comandanti e di un presunto disprezzo per la vita dei soldati. Nel mirino sono finiti soprattutto l’operazione Vivaldi e i generali di brigata Andrij Biletskij e Dmytro Prokopenko.

Le pubblicazioni di , Nova Republika e del norvegese Steigan trasformano episodi e problemi reali della guerra in una conclusione più ampia: il comando delle forze armate ucraine sarebbe incompetente, mentre i suoi soldati verrebbero impiegati come “carne da cannone”. Il punto controverso non è l’esistenza di perdite, carenze e pressioni operative, ma il salto logico con cui queste difficoltà vengono presentate come prova di un fallimento generale.

Il fronte di Kupiansk e l’accusa alle brigate ucraine

sostiene che, dopo la perdita di alcune posizioni fortificate nel Donbas, le forze ucraine soffrirebbero di una grave carenza di personale addestrato. Il sito afferma che il comando della 41ª Brigata meccanizzata separata sarebbe stato costretto a impiegare nel settore di Kupiansk militari insufficientemente preparati, esposti a pesanti perdite provocate dai droni russi.

La formulazione presenta una situazione circoscritta come il sintomo di una crisi strutturale della gestione militare. Dai contenuti disponibili non è però possibile verificare in modo indipendente né il livello di preparazione dei soldati impiegati in quel tratto del fronte né l’entità delle perdite indicate. Il dato certo è che il tema viene utilizzato per attribuire direttamente al comando ucraino la responsabilità di ogni difficoltà incontrata dalle unità sul campo.

La replica della lettura favorevole a Kiev insiste invece sull’adattamento della guerra alle nuove minacce. Droni, guerra elettronica, sistemi robotici terrestri, evacuazione medica e difesa mobile dovrebbero consentire di ridurre l’esposizione del personale, soprattutto contro un avversario numericamente superiore. In questa prospettiva, le difficoltà di reclutamento e la pressione degli attacchi non dimostrerebbero automaticamente che i comandanti mandino deliberatamente soldati impreparati al combattimento.

Vivaldi: fallimento o conclusione di una fase?

Nova Republika concentra l’attacco su Andrij Biletskij. Secondo il sito, la conclusione dell’operazione Vivaldi indicherebbe errori nella pianificazione dell’offensiva e problemi nel coordinamento delle unità. Il titolo e il testo associano inoltre il comandante ucraino a un abbandono del comando, presentato in termini di umiliazione militare.

La ricostruzione opposta descrive Vivaldi come un’operazione del Terzo Corpo d’armata ucraino condotta nel nord della regione di Donetsk per fermare l’avanzata russa e impedire l’accerchiamento delle posizioni ucraine. Le forze di Kiev attribuiscono all’operazione anche il grave indebolimento della 144ª divisione motorizzata russa, il recupero di circa 270 chilometri quadrati e il raggiungimento di una linea difensiva lungo il fiume Chornyj Zherebets.

Questi risultati, così come il numero delle perdite e il reale stato della divisione russa, non sono verificabili indipendentemente sulla base delle informazioni disponibili. Sul piano militare, tuttavia, la fine di una fase offensiva non equivale di per sé a una sconfitta. Se gli obiettivi fissati erano fermare un’avanzata, recuperare terreno e raggiungere un ostacolo naturale, il passaggio alla difesa può essere interpretato come una scelta operativa successiva al loro conseguimento. La valutazione dipende dai risultati effettivi, non dal solo fatto che l’attacco sia terminato.

La formazione dei comandanti come bersaglio politico

Steigan sposta il fuoco sulla biografia professionale di Biletskij e Dmytro Prokopenko, sostenendo che i due generali di brigata non avrebbero una preparazione da ufficiali adeguata. L’argomento contrappone implicitamente la formazione accademica tradizionale all’esperienza maturata in combattimento.

Entrambi avrebbero iniziato il proprio percorso alla guida di unità volontarie nel 2014, per poi assumere responsabilità su formazioni di livello sempre più elevato. Tra gli scenari associati alla loro esperienza figurano la difesa di Mariupol, i combattimenti per Bakhmut e l’operazione Vivaldi. Queste esperienze indicano una lunga pratica di comando in guerra, ma non consentono da sole di stabilire se ogni loro decisione sia stata corretta né sostituiscono una valutazione indipendente delle operazioni.

La scelta di personalizzare la critica ha però una funzione precisa. Se un’operazione complessa viene ridotta alla presunta incompetenza del suo comandante, diventa più semplice trasformare una controversia tattica in un giudizio sull’intera struttura militare ucraina. La stessa tecnica viene applicata a Prokopenko, la cui esperienza alla guida di unità combattenti viene presentata non come una risorsa, ma come un’assenza di preparazione professionale.

Il racconto del “carne da cannone”

I tre siti convergono infine sull’accusa secondo cui il comando ucraino sarebbe indifferente alla vita dei propri militari. La narrazione seleziona personale insufficiente, minaccia dei droni e conclusione di un’offensiva per costruire l’immagine di un esercito guidato da comandanti irresponsabili.

La risposta ucraina richiama lo sviluppo della medicina tattica, dei sistemi di evacuazione, dei centri specializzati di addestramento e delle tecnologie per contrastare droni e artiglieria. Viene inoltre contrapposta alla presunta pratica russa degli assalti di massa, spesso descritta da Kiev come impiego di soldati con scarsa assistenza medica e senza adeguate possibilità di recupero. Anche questa comparazione richiederebbe dati completi e indipendenti sulle perdite e sulle procedure adottate dalle due parti.

Il meccanismo comunicativo, però, è riconoscibile: problemi tipici di una guerra ad alta intensità vengono separati dal loro contesto e ricomposti in una storia di incompetenza e cinismo. Così la conclusione di un’operazione non viene discussa per i suoi obiettivi, mentre le perdite di una singola unità diventano la prova di una presunta crisi dell’intero comando. Il risultato è un messaggio rivolto non soltanto agli ucraini, ma anche al pubblico europeo: se l’esercito di Kiev è rappresentato come incapace e sprecone, diventa più facile alimentare dubbi sul valore del sostegno militare occidentale.

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