Il conflitto nello Stretto di Hormuz si intensifica: la chiusura delle vie marittime suscita tensioni tra Iran e Stati Uniti
Venerdì, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato su X che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato «completamente aperto» fino alla scadenza del cessate il fuoco con Israele e Stati Uniti, prevista per il 22 aprile, per facilitare i negoziati. Questa notizia ha entusiasticamente accolto il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha ringraziato l’Iran con un messaggio su Truth, utilizzando toni ben diversi da quelli bellicosi impiegati precedentemente, riporta Attuale.
Tuttavia, meno di 48 ore dopo, i Guardiani della Rivoluzione, il corpo armato più potente dell’Iran, hanno comunicato che lo Stretto era nuovamente chiuso, ordinando alle navi in transito di tornare indietro. Sabato, i Guardiani hanno attaccato almeno due navi, costringendole a rifugiarsi. Questo repentino cambiamento di approccio si può interpretare in due modi.
Da un lato, alcuni esperti di storia e politica iraniana suggeriscono che ciò possa indicare un incremento della frattura interna al regime: l’ala politica, rappresentata tra gli altri da Araghchi, più propensa al dialogo, è in contrapposizione con quella militare e religiosa associata ai Guardiani della Rivoluzione, insieme a politici più intransigenti contrari a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti.
Il messaggio trasmesso dai Guardiani alle navi tramite radio per non forzare il blocco è emblematico: «Apriremo lo Stretto solo su ordine del nostro leader, l’imam Khamenei, e non sulla base di un tweet di qualche idiota» (l’«idiota» in questione è Araghchi, mentre l’imam Khamenei è l’attuale Guida Suprema, Mojtaba Khamenei). Anche l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, affiliata ai Guardiani, ha criticato Araghchi: «Il ministro degli Esteri dovrebbe riconsiderare questo tipo di comunicazioni», ha sottolineato.
Questa distinzione non è nuova nella politica estera iraniana; sin dalla rivoluzione del 1979, vi è stata una divisione tra una linea ideologica nei rapporti con l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, e una più pragmatica e conciliativa.
Negli attuali negoziati con gli Stati Uniti, tali fratture sono visibili anche nelle questioni più controverse dell’accordo: il programma nucleare iraniano, il supporto alle milizie regionali parte dell’Asse della resistenza e, appunto, il controllo sullo Stretto di Hormuz.
In occasione della prima sessione di negoziati a Islamabad, in Pakistan, gli Stati Uniti avevano chiesto all’Iran di sospendere il proprio programma nucleare per vent’anni, un programma che l’Iran sostiene di utilizzare per scopi civili ma che, secondo le critiche di Stati Uniti e Israele, mira alla produzione di armi atomiche. L’Iran ha controproposto una sospensione di cinque anni, ma su questo punto le trattative si sono arenate. Gli Stati Uniti chiedono anche che l’Iran consegni volontariamente le sue scorte di uranio arricchito, stimate a 400 chili, ma l’Iran ha finora rifiutato.
La posizione più conciliante sotto questo aspetto è disposta a concedere per evitare attacchi futuri, considerati probabili alla luce di bombardamenti precedenti. Al contrario, l’ala più aggressiva ritiene il programma nucleare un deterrente imprescindibile.
La medesima logica si applica ai punti in discussione: la linea più ben disposta sarebbe apatica a rinunciare al sostegno all’Asse della resistenza in cambio della rimozione delle sanzioni economiche statunitensi, mentre l’altra no. I sostenitori della linea conciliativa vedono il controllo dello Stretto di Hormuz come un’arma negoziale, mentre quelli intransigenti insistono sulla necessità di mantenere il controllo anche dopo la cessazione delle ostilità, il che garantirebbe un’importante entrata economica al regime, inaccettabile per Trump e i leader di molti altri paesi.
L’inerzia interna è ulteriormente complicata da un fattore storico unico: l’Iran sta affrontando un conflitto senza una Guida Suprema forte e presente che possa fungere da punto di riferimento unificante. Mojtaba Khamenei, un mese dopo la sua ascesa, non è apparso in pubblico, alimentando voci su un suo possibile ferimento nei bombardamenti che hanno portato alla morte del padre, Ali Khamenei. Le sue condizioni di salute sono incerte; fonti diverse riportano che potrebbe essere ferito, sfigurato o addirittura in coma.
Nonostante ciò, il regime è riuscito a resistere grazie a una struttura elastica pensata per supportare i momenti di crisi. Questa cosiddetta «strategia a mosaico» si basa sulla decentralizzazione delle responsabilità e delle risorse militari. I Guardiani della Rivoluzione, nonostante la mancanza di direzione, continuano a operare e a prendere decisioni basate su linee generali stabilite in precedenza.
Dopo quasi due mesi di conflitto, i Guardiani, un esercito di circa 125.000 uomini, sono riluttanti a cedere il proprio potere a una linea più conciliante, come si è visto con la decisione di chiudere nuovamente lo Stretto di Hormuz.
Un’altra interpretazione del recente sviluppo è che la manovra iraniana possa rivelarsi una strategia negoziale: poco dopo l’apertura annunciata dello Stretto, Trump ha ribadito che il blocco navale statunitense rimarrà in vigore fino a quando non si raggiunga un accordo con l’Iran. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammed Ghalibaf, membro del team negoziale, ha risposto duramente a Trump, accusandolo di menzogne e affermando che il blocco iraniano rimarrà in atto finché persisterà quello statunitense. La nuova chiusura potrebbe quindi essere vista come una ritorsione contro la decisione degli Stati Uniti di mantenere il proprio blocco, un tentativo di esercitare pressione per ottenere la sua revoca.
In tutti questi eventi, nuovi negoziati dovrebbero iniziare lunedì a Islamabad, in Pakistan. Trump ha annunciato l’invio di una delegazione statunitense, ma l’Iran non ha ancora confermato la sua partecipazione e non è chiaro chi potrebbe rappresentarlo.