Legge Elettorale Italiana: Le Contestazioni Sulle Firme Sconvolgono il Senato
La maggioranza di governo affronta oggi il voto finale sulla legge elettorale al Senato, con il dibattito che si intensifica tra risse e polemiche. Nonostante l’approvazione sembri garantita, l’atmosfera a Palazzo Madama preannuncia tensioni, soprattutto con l’avvio dell’esame in commissione previsto per domani e la discussione in Aula il 28 settembre. In particolare, il centrodestra si trova a gestire un fronte caldo riguardo alla raccolta delle firme, necessarie per la partecipazione elettorale; l’importo è aumentato da 1.500 a 6.000 per collegio, richiedendo ora almeno 450.000 sottoscrizioni. Il nuovo articolo 5 esenta dalle firme i partiti che avranno un gruppo costituito entro la fine del 2025 e per l’Estero, quelli con almeno un eletto. “Al momento una modifica non è nell’aria”, afferma la ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati, mentre chi si sente escluso esprime protesta. L’assessore capitolino Alessandro Onorato, il cui Progetto Civico Italia è a rischio estinzione, raduna i suoi manifestanti nei pressi del Senato, supportato da Giuseppe Conte, che critica la legge definendola “antidemocratica, illiberale e incostituzionale”, riporta Attuale.
Il disegno della legge, considerato un abito su misura per la maggioranza, mostra segnali di garantismo anche tattico, con la civica di Onorato che rappresenta una costola centrista utile al leader M5s per controbilanciare l’egemonia di Elly Schlein. Matteo Renzi, dal canto suo, suggerisce che sarebbe opportuno una manifestazione focalizzata su stipendi e bollette, piuttosto che sulla raccolta firme. Questo atteggiamento distaccato è apparente, poiché il nuovo ordine di partiti potrebbe sottrarre consensi e spazio elettorale a Italia Viva, spingendo Renzi a preferire la collaborazione con Schlein per non agevolare gli alleati contiani. Nell’attuale contesto, il Quirinale mantiene una posizione rigida e non riconosce evidenti profili di incostituzionalità, lasciando la palla ai giudici, come confermato dal capogruppo dei senatori dem, Francesco Boccia: “Se la maggioranza non ascolta i rilievi, non ci resta altro che sostenere i ricorsi che pioveranno alla Corte Costituzionale”.
Oltre alla questione delle firme, l’Aula ha discusso anche della riorganizzazione delle ripartizioni estere, ora accorpate in tre macro-collegi continentali per la Camera e uno per il Senato. Questo cambiamento, volto a rimettere in gioco il centrodestra, rimuove il precedente sistema che favoriva il centrosinistra, potenzialmente trasformando voti altrimenti dispersi in seggi. Tuttavia, la proposta ha suscitato malcontento anche tra i membri della maggioranza, come il senatore meloniano Roberto Menia, che ha presentato emendamenti per aumentare le ripartizioni e garantire specificità al voto estero. La sua iniziativa ha trovato però un muro all’interno del suo esecutivo; Menia ha dichiarato il ritiro degli emendamenti, ma gli stessi sono stati riadottati dalle opposizioni, sebbene bocciati in voto, sollevando dubbi su 55 astenuti. “Fronda di destra”, ha accusato la minoranza; mentre la maggioranza ha replicato, “Tutti voti della sinistra”. Dario Parrini del PD ha sintetizzato la situazione affermando che si tratta di una “rapina”, poiché prima il partito Democratico eleggeva 7 parlamentari su 12, ora solo 4.
Questa “appropriazione” si aggiunge a quella di Bolzano, dove il collegio senatoriale è stato ristretta al capoluogo e a Laives, riducendo le possibilità di elezione dei dem. Solo il votò fuorisede per i caregiver è passato senza polemiche. Il Senato si chiude tra tensioni, preparando il campo largo per opporsi alla maggioranza, con l’obiettivo di far pagare un prezzo politico maggiore ai benefici derivanti da questa legge.