Un uomo vive con un filo metallico nel cuore per 24 anni senza sintomi evidenti

04.09.2026 14:45
Un uomo vive con un filo metallico nel cuore per 24 anni senza sintomi evidenti

Roma, 4 settembre 2026 – Durante un controllo cardiologico di routine, è emerso un’anomalia sorprendente: un sottile filo metallico si era fatto strada all’interno del cuore. L’imprevisto è stato scoperto da un’équipe medica che seguiva un uomo di 81 anni, sottoposto a un bypass aorto-coronarico 24 anni prima, riporta Attuale.

Il filo individuato è un ‘temporary epicardial pacing wire’ (TEPW), un dispositivo comunemente utilizzato dopo interventi di cardiochirurgia per regolare temporaneamente il ritmo cardiaco. Questo tipo di filo viene posizionato sulla superficie esterna del cuore (epicardio) a conclusione dell’intervento chirurgico.

Ciò che rende questo caso particolarmente rilevante è che il filo ha migrato progressivamente dalla sua posizione originale fino al ventricolo sinistro nel corso degli anni. Nonostante la presenza di questo corpo estraneo, l’uomo non ha manifestato sintomi indicativi, rimanendo asintomatico fino a quando una semplice visita ha rivelato la sua situazione. Questo caso, riportato in un articolo pubblicato su ‘JACC: Case Reports’, riaccende l’attenzione su una complicanza rara associata ai fili epicardici temporanei: la loro migrazione anni dopo l’intervento. La questione centrale rimane: è sempre necessario rimuovere un corpo estraneo quando si trova in una zona critica come il cuore?

Perché non è stato rimosso

La prima reazione di fronte a un corpo estraneo nel cuore è spesso quella di considerare la sua rimozione. Tuttavia, i medici hanno optato per un approccio differente, seguendo il principio del “less is more”. Poiché il paziente non mostrava complicanze legate al filo, il team ha valutato che la rimozione chirurgica a cuore aperto avrebbe comportato un rischio maggiore rispetto ai potenziali benefici. Pertanto, si è deciso di procedere con un monitoraggio clinico.

A un anno dalla scoperta non sono emerse complicanze. Gli autori dello studio chiariscono, tuttavia, che questo risultato non implica che un filo migrato debba essere sempre lasciato in sede. La decisione dipende dalla posizione del corpo estraneo e dalla presenza di eventuali rischi come infezioni, trombosi, perforazioni, aritmie o ulteriore migrazione.

Un fenomeno raro, ma già conosciuto

La migrazione dei fili epicardici temporanei è una complicanza rara, ma la letteratura medica già ne documenta fenomeni analoghi. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha raccolto 22 studi su 23 pazienti in cui si era verificata la migrazione di un filo epicardico persistente dopo interventi cardiochirurgici. In questi casi, i fili sono stati ritrovati in vari luoghi, dalle camere cardiache all’aorta e alle arterie carotidi, fino a posizioni extracardiache. Diagnosi spesso possibili grazie a esami di imaging eseguiti per altri motivi. La casistica rimane limitata per formulare una frequenza precisa del fenomeno nella popolazione generale, essendo costituita principalmente da case report. Tuttavia, il quadro complessivo conferma la possibilità di migrazione anche molti anni dopo l’intervento. Uno dei casi più significativi risale al 2020 ed è stato pubblicato su JACC Case Reports, dove un filo epicardico temporaneo era migrato fino alle sezioni sinistre del cuore. In quel caso, la rimozione per via percutanea ha evitato la necessità di un intervento chirurgico a cuore aperto, suggerendo che situazioni simili, pur rare, sono state già documentate.

Non tutti i casi hanno lo stesso esito

La presenza di un filo residuo non implica necessariamente complicazioni per il paziente, aspetto fondamentale sottolineato dalla letteratura. Alcuni pazienti sono rimasti asintomatici e il filo è stato scoperto casualmente, mentre in altri la migrazione ha portato a problemi clinici, inclusi infezioni, endocardite, perforazioni, aritmie e complicanze vascolari o neurologiche. La revisione del 2026 evidenzia questa variabilità: i fili sono stati rimossi chirurgicamente, tramite procedure percutanee, oppure semplicemente monitorati.

Il caso dell’81enne illustra un principio importante: un reperto anomalo non deve necessariamente essere corretto a tutti i costi. Se un corpo estraneo risulta stabile e il paziente asintomatico, la sua rimozione potrebbe comportare rischi eccessivi. In contrasto, situazioni pericolose come infezioni o perforazioni possono richiedere un intervento. La decisione deve essere individuale, basata su un equilibrio tra il rischio del corpo estraneo e il rischio associato all’operazione. Nonostante quanto si possa pensare, un frammento può migrare anche molto dopo, e quando viene scoperto, l’approccio più sicuro può non essere sempre quello chirurgico.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere