Il Tour dell’IDF: Una Finestra Sulla Crisi di Gaza
KEREM SHALOM (STRISCIA DI GAZA) – Vestito con un giubbotto antiproiettile e accompagnato da soldati mascherati, il tour organizzato dall’esercito israeliano appare più che altro come uno spettacolo pensato per impressionare, ma serve a percorrere un breve tragitto all’interno della Striscia. Qui, le tonnellate di aiuti umanitari abbandonate al sole rappresentano l’anticamera di un conflitto, mentre la vita quotidiana è di fatto impossibile. Solo gatti e ratti, anch’essi magri, riescono a muoversi in questa terra martoriata. L’eco degli scontri si fa sentire, testimoniando un enorme spreco di risorse, mentre la possibilità che Hamas lanci un attacco in questa area appare improbabile, essendo un clamoroso autogol politico.
All’interno dei piazzali di interscambio, i camion dell’Unicef e i veicoli con le insegne dell’Onu attendono un via libera che tarda ad arrivare. I giornalisti sono presenti solo per un paio d’ore e i veicoli carichi di aiuti continuano a rimanere in attesa, con autisti costretti a pernotare sui sedili dei camion.
Un ufficiale dell’esercito esprime la sua frustrazione: «Fuori dalle recinzioni c’è la guerra vera. Hamas continua a colpire e noi perdiamo uomini». I numeri citati dall’ufficiale sono superiori a quelli ufficialmente riportati, facendo riferimento all’attuale ‘Operazione Carri di Gedeone’, a cui Hamas risponde con i «Sassi di David».
Il permettere ai giornalisti di entrare brevemente nella Striscia ha lo scopo di dimostrare che Israele sta fornendo cibo alla popolazione di Gaza. «Guardate», dicono i soldati, «qui c’è cibo per l’equivalente di 800 camion, già all’interno. L’Onu deve solo venire a prenderlo». Gli ufficiali attribuiscono la colpa della situazione agli organismi internazionali, sfidando le affermazioni secondo cui ci sarebbe una carestia nella regione. Le scatole di aiuti, distribuite da vari donatori, testimoniano l’intensità della crisi.
Tuttavia, i militari non rispondono alle critiche delle organizzazioni umanitarie, che lamentano un rallentamento intenzionale nella distribuzione degli aiuti. Ocha, l’ufficio dell’Onu di coordinamento, denuncia la scarsità di tempo a disposizione per caricare i camion, e la necessità di aprire tutti i valichi e strade, non solo quelli selezionati da Tel Aviv. La situazione diventa critica quando più di 1300 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di ottenere cibo dai centri di distribuzione.
Recentemente, l’Onu ha diffuso un video che mostra centinaia di persone in attesa, accovacciate nella polvere. Ultimatum che possono risultare fatali nei confronti della folla: se qualcuno si alza, vengono sparati colpi d’avvertimento dal tank israeliani. Questa realtà è inaccettabile per l’Onu, che denuncia l’uso della forza contro persone disarmate in cerca di cibo.
Un ufficiale accenna a un altro aspetto: «Hamas ha guadagnato 600 milioni di euro rubando e rivendendo aiuti umanitari», un’affermazione difficile da verificare. Ciò che emerge chiaramente è la drammatica fame della popolazione, acuitasi dopo un blocco totale preso a maggio, già dopo la sottrazione della distribuzione degli aiuti dalle Nazioni Unite, avvenuta a favore di una fondazione israelo-americana con un personale controverso.
In questo contesto tragico, si assiste a una realtà disarmante, dove le vite di molte persone dipendono dall’accesso a risorse di base, e dove la politica gioca un ruolo devastante nella vita quotidiana dei gazawi, riporta Attuale.