Il dibattito sul pensiero woke in Italia: oltre le strumentalizzazioni
Il dibattito attuale sul pensiero woke si presenta come una minaccia alla vitalità di un movimento che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Sebbene sia soggetto a strumentalizzazioni e derive fondamentaliste, negarne la capacità di rigenerare un sistema economico e sociale in crisi sarebbe un errore. All’interno di alcuni ambienti progressisti, invece di critiche costruttive, si sono levate voci che celebrano la presunta fine di una visione progressista in fase di sviluppo, riporta Attuale.
È fondamentale precisare che la cultura woke non è monolitica; essa comprende diverse dimensioni unite dalla volontà di rompere il ciclo di marginalizzazione causato da modelli di oppressione come il patriarcato, il colonialismo e il razzismo. Questo movimento raccoglie femministe, attivisti LGBT, minoranze e popoli indigeni, tutti con l’obiettivo comune di farsi sentire e riconoscere dai centri di potere storicamente prevalenti.
Non si può ignorare il progresso raggiunto nella lotta per i diritti. Il motto “stay woke” evolve, chiedendo che si prosegua lungo il cammino di uguaglianza intrapreso, il quale deve culminare in una redistribuzione delle risorse e delle opportunità ancora negata a molti gruppi. La nostra Costituzione, infatti, afferma che l’uguaglianza non è solo un concetto astratto, ma deve essere attuata attraverso politiche che rimuovano le barriere economiche e sociali.
Le polemiche che contrappongono diritti civili e sociali sono quindi controproducenti e rivelano una mancanza di comprensione del pensiero woke. Civili e sociali sono facce della stessa medaglia; i primi garantiscono libertà, mentre i secondi assicurano emancipazione dalla povertà e dalla privazione, rendendo possibile una vera scelta. La manifestazione del pensiero richiede un’istruzione adeguata, così come la parità di genere deve essere accompagnata da autonomia economica.
Il riconoscimento dei diritti civili risuona fortemente, ma è l’implementazione dei diritti sociali a creare cambiamento e opportunità. La cultura woke, con la sua insistenza per la giustizia sociale reale, incarna questa esigenza; essa cerca visibilità nei processi decisionali e richiede un cambiamento nella distribuzione del potere. Questo fatto spaventa chi è al potere e teme di perdere privilegi storici.
L’uso di termini come “cultura della cancellazione” per descrivere questo movimento non fa altro che sfocare la realtà. Non si tratta di alterare la storia, ma piuttosto di includere voci che, fino ad oggi, sono rimaste in silenzio. La stagnazione dei partiti politici nell’affrontare queste problematiche e nel proporre soluzioni non sorprende.
Rimane da chiedersi se sia davvero produttivo enfatizzare solo le degenerazioni del movimento woke, distogliendo l’attenzione da una società che necessita di riconsiderare il suo assetto per poter prosperare. È lecito provare disagio quando la lotta sociale viene utilizzata per scopi personali o per spingere verso la violenza e la censura. Tuttavia, la risposta non può essere il rigetto o la minimizzazione della realtà di oppressione nelle nostre comunità.
È cruciale, quindi, trovare metodi per consentire l’emergere del pluralismo, non per compiacere chi si identifica nel movimento woke, ma per rispettare la nostra Costituzione, che promuove la giustizia sociale, pari opportunità e nuove logiche di convivenza.
Solo chi è sprovveduto può ignorare il significato profondo delle sfide attuali.
* Costituzionalista, Università di Torino