Antisemitismo, il centrodestra non modifica il ddl. Il Pd diviso, Schlein valuta il no e ripropone emendamenti bocciati

27.07.2026 16:55
Antisemitismo, il centrodestra non modifica il ddl. Il Pd diviso, Schlein valuta il no e ripropone emendamenti bocciati

Domani scade il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl sull’antisemitismo in commissione Affari costituzionali alla Camera. Il copione appare già scritto: il centrodestra non intende modificare neppure una virgola del testo approvato dal Senato, mentre il campo largo si prepara a ripresentare in blocco le proposte di modifica già bocciate a Palazzo Madama, riporta Attuale.

Se i riformisti sono pronti a una riedizione della spaccatura andata in scena al Senato, i contorni della discussione si stanno definendo. «La postura da tenere in Aula la decideremo a ridosso del voto, ma probabilmente sarà quella adottata al Senato», affermano a Open. Alla Camera, tuttavia, astenersi equivale sostanzialmente a votare contro, diversamente da quanto accade in Senato. Non è quindi escluso che l’area più vicina alla segretaria chieda di optare per un voto contrario, rimandando così la resa dei conti.

Il campo largo per il Sì chiede nuove modifiche

Il fulcro delle modifiche che il campo largo intende ripresentare rimane il richiamo alla definizione di antisemitismo fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Le opposizioni stanno premendo per eliminarla o almeno circoscriverne l’applicazione, onde evitare che le critiche alle politiche dello Stato di Israele vengano confuse con l’odio antiebraico. Questa posizione ha suscitato preoccupazioni nel centrodestra, che non desidera riaprire una mediazione già chiusa al Senato. «Per la maggioranza il testo resta identico», afferma con fermezza il relatore Paolo Emilio Russo, parlamentare di Forza Italia. Il centrodestra punta a portare il ddl in Aula, dopo la pausa estiva, senza ulteriori modifiche.

Di contro, l’opposizione intende presentare «tutti gli emendamenti già stati proposti a Palazzo Madama, anche quelli di coalizione», come sottolineano i membri del Partito Democratico. Questa linea è stata approvata formalmente da «un ufficio di presidenza del Pd», dando così il via libera alla ripresentazione.

Si pone quindi l’accento sulla definizione fornita dall’IHRA, presentata come uno strumento «non giuridicamente vincolante». Le critiche rivolte a Israele, se paragonabili a quelle mosse contro altri Paesi, non sarebbero di per sé antisemite. Tuttavia, la definizione include mensioni controversi, quali il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista e l’applicazione di criteri ritenuti non richiesti ad altre democrazie. Su questo punto si concentra la nuova offensiva delle opposizioni, che chiedono che il testo diversifichi in maniera chiara il contrasto all’antisemitismo dalle critiche alle scelte del governo israeliano.

Il ddl ha già subito significative modifiche durante il passaggio a Palazzo Madama, mantenendo solo il richiamo alla definizione di antisemitismo, la creazione di una Strategia nazionale contro l’antisemitismo e il rafforzamento del ruolo del coordinatore nazionale. Per il centrodestra, questo rappresenta un equilibrio raggiunto dopo il confronto al Senato, mentre l’opposizione considera questo nodo ancora da risolvere prima di poter prendere in considerazione un eventuale voto favorevole in Aula.

Nel Pd tregua con i riformisti fino all’Aula: «Si decide a settembre»

La scadenza per gli emendamenti riapre una ferita mai rimarginata tra i membri del Pd. A Palazzo Madama, la disciplina di gruppo non ha retto: sei esponenti dell’area riformista avevano deciso di appoggiare il sì insieme alla maggioranza. Questa scena rischia di ripetersi a settembre. Piero Fassino, intercettato da Open durante le discussioni alla Camera, ha chiaramente affermato che lui e gli altri deputati dell’area voteranno a favore. La squadra pro-sì dovrebbe includere, oltre a Fassino, Lorenzo Guerini, Virginio Merola e Lia Quartapelle.

Al Nazareno, però, si sceglie di prendere tempo. «Il provvedimento andrà probabilmente in Aula a settembre», affermano. La discussione sulla posizione del gruppo si terrà «come sempre vicino al voto». Si tratta dunque di una tregua apparente, poiché il giudizio dei riformisti sul ddl non è mai cambiato: secondo loro, il passaggio a Palazzo Madama ha già rimosso gli elementi controversi, lasciando un provvedimento essenzialmente programmatico, privo di nuove sanzioni penali o limiti ai cortei.

Sul fronte della segreteria, restano riserve rispetto al riferimento all’IHRA. Si teme che alcuni degli esempi allegati possano influenzare il modo in cui vengono valutate prese di posizione, manifestazioni e iniziative critiche nei confronti del governo israeliano. Il rischio non risiederebbe nell’introduzione di un nuovo reato, già espunto dal testo, ma nell’impiego del parametro per valutare dichiarazioni pubbliche o posizioni politiche.

La scelta tra astensione e voto contrario

A Montecitorio, quindi, l’astensione potrebbe non essere più sufficiente. Tra i membri della segreteria di Schlein, non è esclusa l’ipotesi di optare per un voto contrario a settembre. Al Senato, gli astenuti concorrono al computo della maggioranza e l’astensione equivale praticamente a un no. Alla Camera, invece, non vengono conteggiati. Questa differenza regolamentare assume rapidamente un significato politico, poiché confermare la strategia adottata a Palazzo Madama avrebbe un significato diverso a Montecitorio, «meno incisivo».

La decisione finale, intanto, è rimandata. Al rientro dalla pausa estiva, la segretaria dovrà decidere se rendere esplicita la contrarietà del gruppo o evitare un’ulteriore rottura con i riformisti, convinti che un’astensione o un no renderebbero il gruppo vulnerabile agli attacchi della destra. Una tregua per l’estate, seguita da possibili conflitti interni al Pd.

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