Debito delle imprese russe a 293 trilioni di rubli, supera il Pil annuale

10.07.2026 12:30
Debito delle imprese russe a 293 trilioni di rubli, supera il Pil annuale
Debito delle imprese russe a 293 trilioni di rubli, supera il Pil annuale

L’indebitamento complessivo delle imprese russe ha raggiunto la cifra record di 293 trilioni di rubli (circa 3.500 miliardi di euro), superando il prodotto interno lordo annuale previsto, secondo i dati diffusi l’8 giugno 2026 dall’agenzia statistica Rosstat. Un’economia che, di fatto, vive a debito con se stessa, mentre gli obblighi crescono più rapidamente della capacità di onorarli.

La montagna del debito

La somma è suddivisa in due componenti principali. La parte preponderante, 152 trilioni di rubli, è costituita da crediti bancari e prestiti a lungo termine. Il resto è rappresentato dai “debiti della quotidianità”: somme dovute a fornitori di materie prime e attrezzature, appaltatori, dipendenti per stipendi arretrati, oltre a tributi e contributi previdenziali già contabilizzati ma non ancora versati all’Erario. Ed è proprio quest’ultima componente a risultare più vulnerabile: in un anno il volume complessivo delle morosità è balzato di quasi il 18%, toccando i 7 trilioni di rubli.

La morsa dei tassi d’interesse

La radice del problema, secondo gli analisti, va individuata nella prolungata politica monetaria restrittiva della Banca centrale. L’inflazione, innescata dalle massicce immissioni di liquidità non garantita nel comparto della difesa sullo sfondo della guerra condotta contro l’Ucraina, ha costretto il regolatore a portare il tasso di riferimento al 21% annuo alla fine del 2024. Un livello proibitivo, che ha reso inaccessibili i mutui, tagliato la domanda dei consumatori e reso insostenibili i finanziamenti per il settore civile. Il successivo taglio al 14,25% non ha arrestato la crisi, limitandosi ad allentare leggermente la pressione. I crediti restano così onerosi da vanificare nuovi progetti di investimento e trasformare il rifinanziamento delle passività pregresse in una trappola. Oggi le imprese sono costrette a destinare fino al 37% degli utili al solo servizio degli interessi: più di un terzo di quanto guadagnato serve a restare a galla, non a crescere.

Tasse prima dei fornitori

Un’ulteriore pressione è arrivata dall’incremento del carico fiscale, con l’aliquota salita dal 20 al 22% all’inizio del 2026, mentre l’amministrazione tributaria diventava più severa. La logica del business è diventata ferrea: prima si versano le imposte, per evitare il blocco dei conti correnti, e poi si pagano fornitori e creditori. Il risultato è un’impennata delle esposizioni scadute lungo l’intera catena delle forniture, cresciute fino a 4 trilioni di rubli, mentre le aziende si riversano in massa sui pagamenti anticipati per proteggersi dal rischio di inadempienze dei partner.

L’effetto domino

Il settore più colpito dalle sofferenze è l’industria manifatturiera, con 2,5 trilioni di rubli di debiti problematici. Seguono commercio, comparto estrattivo ed edilizia. Il meccanismo della crisi richiama un classico effetto domino: le grandi corporation e i committenti pubblici, nel tentativo di preservare la propria liquidità, ritardano deliberatamente i pagamenti verso gli appaltatori. La piccola e media impresa, priva di riserve finanziarie, si ritrova così a fare da creditore gratuito verso operatori di grandi dimensioni – finendo per affondare ai primi scostamenti di cassa. La quota di crediti problematici nel segmento delle PMI ha già raggiunto il 19%: quasi un finanziamento su cinque è fonte di sofferenza, per la banca e per il debitore.

Le conseguenze per i cittadini

L’impatto si scarica, in ultimo, sulle persone. L’utile netto delle imprese è crollato di un quarto nell’arco di un anno, attestandosi a 5,2 trilioni di rubli, mentre il Pil del primo trimestre 2026 è calato dello 0,2%. In un simile contesto, le aziende comprimono anzitutto la spesa per il personale: la crescita dei salari reali ha frenato fino al 5,1% e i programmi di indicizzazione vengono congelati. Parallelamente, i maggiori costi – per oneri finanziari e fisco – vengono scaricati sui prezzi al consumo. Il che alimenta l’inflazione e colpisce due volte il tenore di vita: prima attraverso buste paga bloccate, poi con beni più cari sugli scaffali.

Verso una crisi sistemica

Se la tendenza dovesse confermarsi, l’economia russa rischia di passare da criticità puntuali a una fase sistemica di insolvenze, in cui il fallimento di un singolo grande debitore trascinerebbe a catena decine di controparti. Mentre il regolatore cerca un equilibrio tra la lotta all’inflazione e il mantenimento dell’attività economica, il contatore continua a correre e, a giudicare dalla dinamica dell’ultimo anno, non nella direzione favorevole al tessuto produttivo.

Da non perdere