Roma, 28 settembre 2026 – Dopo dieci anni, si va a sentenza sul caso Giulio Regeni. È attesa oggi per le ore 18. I giudici della prima Corte d’Assise di Roma sono entrati verso le 10 in camera di consiglio per decidere sulle richieste di condanna avanzate dalla Procura di Roma nell’ambito del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni avvenuto in Egitto nel 2016 e che vede imputati quattro 007 del Cairo. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. “Questa è già una vittoria, ma ovviamente non ci accontentiamo”: le prime parole dell’avvocata Alessandra Ballerini, legale di parte civile di Paola e Claudio Regeni, genitori del giovane ricercatore friulano, riporta Attuale.
Ballerini: “La visita di Tajani non ci riguarda”
Un rapporto altalenante quello tra Italia ed Egitto. Incrinato da quel 2016, l’anno dell’omicidio di Giulio Regeni. È recente la visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Egitto con il presidente Al Sisi. “Non ci riguarda, perché la nostra è una democrazia: c’è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione”, ha replicato Ballerini interpellata sul tema.
Fuori dal palazzo di Giustizia, dalle prime ore della mattinata decine di persone si sono ritrovate per partecipare al sit-in in memoria del ricercatore friulano, in occasione dell’udienza finale. Quel ‘popolo giallo’ che ha sostenuto a piena voce la ricerca della verità, al fianco dei genitori Regeni. Tra le loro mani lo striscione con su scritto ‘Verità per Giulio Regeni’. Presente anche la segretaria del Pd, Elly Schlein. Schlein si è intrattenuta per alcuni istanti con i genitori e la sorella del 28enne friulano.
Gli imputati mai consegnati
In oltre dieci anni, l’Egitto non ha consegnato né imputati, tantomeno indirizzi. Palazzo Chigi in questo processo è parte civile. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto agli imputati due milioni di euro di risarcimento, più una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. Formalmente a dover pagare sarebbero gli imputati. Tuttavia, trattandosi di uomini della National Security, ovvero pubblici ufficiali egiziani, lo Stato è chiamato a rispondere dei danni provocati da chi ha abusato delle proprie funzioni.
Colaiocco: “La ragion di Stato non sia impunità”
La ragion di Stato “non può diventare ragione di impunità”, ha detto a gran voce il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, lo scorso giugno, nella quadro della sua requisitoria. È una consapevolezza che lo ha spinto a scavare fino in fondo nella vicenda. E andare oltre i depistaggi di un governo estero. Il procuratore capo Francesco Lo Voi, Costituzione alla mano, ha lavorato affinché la legislazione italiana impedisse battute d’arresto definitive al processo Regeni. L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha contribuito a rendere il caso una presa di coscienza comune. Una vicenda che riguarda tutti. I rapporti diplomatici, gli interessi politici o le esigenze dello Stato non possono trasformarsi in una giustificazione per rinunciare all’accertamento giudiziario delle responsabilità.
Il caso che ha cambiato tutto
Un processo che finalmente arriva alla sentenza, quella di primo grado. Un caso di Stato che aspettava verità e giustizia per il ricercatore italiano, 28 anni, Giulio Regeni. Rapito, torturato e ucciso dalla National Security egiziana, al Cairo, il 25 gennaio 2016. Quel corpo trovato lungo la Desert Road il 3 febbraio e riconsegnato ai genitori, parenti, amici, al popolo italiano, portava con sè “tutto il male del mondo”.
Quell’anno, il 2016 e quel corpo, Giulio Regeni, hanno cambiato inderogabilmente i rapporti tra Italia ed Egitto. E anche l’idea che cercare e avere giustizia oltre i confini nazionali sia un diritto. Ora, nei procedimenti per tortura, quando lo Stato estero non collabora, si può procedere anche senza la notifica degli atti agli imputati.
La strada accidentata verso la sentenza
Il percorso mosso dalla ricerca di giustizia per Giulio Regeni è lungo e accidentato. Inizia il 25 gennaio, quando scomparve nella capitale egiziana. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato nove giorni dopo, il 3 febbraio, con evidenti segni di tortura, in una zona della strada desertica tra Il Cairo e Alessandria, a circa 20-25 km dal Cairo, nella provincia di Giza. I tentativi di depistaggio degli apparati di sicurezza egiziani prendono piede fin dalle prime indagini.
L’ambasciatore italiano, Maurizio Massari, inizialmente fu tenuto all’oscuro del ritrovamento del corpo. Parallelamente, la polizia egiziana interrogò persone vicine a Giulio e iniziarono a circolare versioni errate sulla sua vita privata. Nel marzo 2016, le autorità egiziane presentarono cinque rapinatori uccisi in un conflitto a fuoco come responsabili, sostenendo di aver trovato nei loro possedimenti i documenti di Regeni. Le incongruenze aumentavano. Paola e Claudio Regeni denunciarono pubblicamente quello che definirono “ennesimo tentativo di depistaggio da parte delle autorità egiziane”.
I quattro 007 sotto accusa
Nel dicembre 2018, l’iscrizione nel registro degli indagati di quattro uomini della National Security egiziana. Sono Tariq Sabir, generale al vertice del dipartimento che monitorava i sindacati indipendenti, compreso quello degli ambulanti studiato da Giulio Regeni. Uhsam Helmi, il colonnello che dopo la morte di Giulio entrò persino nel team investigativo italo-egiziano. Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello. E Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il maggiore che l’accusa indica come direttamente coinvolto nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni.
La collaborazione del Cairo si fa via via più difficile, tra silenzi e documenti mai arrivati, fino alla battuta d’arresto del 2021, quando il processo rischia di fermarsi per l’assenza di notifica agli imputati.
È la Consulta, su richiesta della Procura di Roma, a rimuovere l’ostacolo: nei procedimenti per tortura, in caso di mancata cooperazione dello Stato estero, si può procedere anche senza la notifica. Il processo può così cominciare. Dopo le testimonianze, le prove e la requisitoria del giugno 2026, con la richiesta dell’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e di 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati, oggi quel lungo percorso è arrivato alla sentenza.
Chi era davvero Giulio Regeni
Giulio Regeni era al Cairo per la sua ricerca di dottorato all’Università di Cambridge. Aveva 28 anni ed era iscritto al Centre of Development Studies, dove studiava lo sviluppo economico e sociale del Medio Oriente. Dopo un primo periodo di studi