Raccolta firme per legalizzare l’aborto in Liechtenstein, ma il futuro rimane incerto
A fine luglio, nel microstato del Liechtenstein, si è conclusa una significativa raccolta firme per richiedere la legalizzazione dell’aborto, attualmente vietato in quasi tutti i casi. Questa iniziativa, pur essendo notevole, probabilmente non raggiungerà il suo obiettivo: il Liechtenstein è storicamente un paese molto cattolico e conservatore, guidato da un principe reggente che si è sempre opposto alla legalizzazione dell’aborto e rimane un ostacolo fondamentale per qualsiasi cambiamento in materia, riporta Attuale.
Nel paese, i medici che praticano un’interruzione volontaria di gravidanza rischiano pene detentive, con pochissime eccezioni: nel caso di gravi rischi per la salute della donna, se la gravidanza è frutto di violenza sessuale, o se coinvolge una ragazza di meno di 14 anni. La legislazione proibisce anche di informare sui servizi di aborto all’estero, il che significa che non esistono comunicazioni pubbliche sui servizi disponibili, né centri di assistenza o sensibilizzazione sul tema, sebbene alcuni gruppi anonimi si siano organizzati per fornire informazioni online.
Si stima che circa 40 donne l’anno siano costrette a recarsi all’estero per interrompere una gravidanza, perlopiù in Austria e Svizzera, coprendo personalmente tutte le spese. Con poco più di 40.000 abitanti, il Liechtenstein è più piccolo della città di Milano.
L’iniziativa popolare chiede di legalizzare l’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, in linea con le normative italiane e con la legislazione di molti altri paesi europei, di consentire la diffusione di informazioni sul tema e di garantire che siano le autorità statali a coprire i costi associati. Sebbene il tema susciti forti divisioni, un sondaggio rivela che la maggior parte degli abitanti è favorevole alla legalizzazione. La raccolta firme ha visto l’adesione di 4.970 persone, circa un quarto degli elettori, che rappresentano poco più di 21.000 residenti; per presentare la richiesta al parlamento erano richieste solo mille firme.
Il governo del Liechtenstein è composto da due partiti conservatori, e in generale la legalizzazione dell’aborto non è mai stata considerata una priorità. Dopo la raccolta firme, il parlamento potrà decidere se approvare la richiesta e modificare la legge, oppure respingerla. In caso di rifiuto, il governo sarà obbligato a organizzare un referendum popolare, che potrebbe confermare la modifica. Per entrare in vigore, la legge necessita della firma del principe, il che rappresenta l’ostacolo principale.
In quanto monarchia costituzionale parlamentare, il Liechtenstein ha un parlamento e un governo, ma il capo dello Stato è il principe. Diversamente da altre monarchie europee, il sovrano non ha solo un ruolo cerimoniale, ma mantiene poteri significativi, come la possibilità di rimuovere il governo o singoli ministri, e il diritto di veto su iniziative legislative.
Dal 2004, il principe reggente è Luigi, formalmente “principe ereditario”, ma che esercita le funzioni delegate dal padre, Giovanni Adamo II. La famiglia reale ha un forte legame con la Chiesa cattolica, riconosciuta come religione di Stato dalla Costituzione, conferendole privilegi rispetto ad altre fedi. Luigi, devoto cattolico, ha già affermato che porrà il veto su qualsiasi tentativo di legalizzare l’aborto.
Nel 2011, un’altra iniziativa per legalizzare l’aborto fallì. Il diritto di veto del principe continua a essere oggetto di dibattito: un referendum del 2012 per limitarne i poteri vide la grande maggioranza degli elettori (il 76%) sostenere lo status quo.
Il Liechtenstein non è l’unico microstato europeo dove l’aborto è essenzialmente vietato. Anche Monaco e Andorra hanno normative estremamente rigorose, legate storicamente all’influenza della Chiesa cattolica sui rispettivi governi.
Monaco, sotto una monarchia profondamente legata al Vaticano, riconosce il cattolicesimo come religione di Stato e consente l’aborto solo in condizioni molto limitate. Andorra presenta un caso peculiare, con uno dei suoi capi di Stato che è il vescovo di Urgell, in Spagna; per l’approvazione delle leggi è necessario il suo consenso, rendendo l’aborto un crimine in ogni caso.