Il dibattito sul “salario giusto” si intensifica dopo il decreto Primo maggio
Il giorno dopo l’approvazione del decreto Primo maggio, il salario giusto emerge come tema centrale nel dialogo tra governo, sindacati e imprese. Questo provvedimento lega gli incentivi pubblici ai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative e prevede bonus per giovani, donne, Zes e stabilizzazioni, introducendo misure contro il caporalato digitale. La decisione politica è chiara: non si introduce un salario minimo legale, ma si pone un freno ai contratti pirata attraverso un trattamento economico definito dai contratti leader, riporta Attuale.
La Cisl esprime soddisfazione per il risultato ottenuto. Daniela Fumarola sottolinea che il riferimento al Tec dei contratti più rappresentativi è un “ottimo risultato”: “Al di sotto di questo trattamento non è salario degno”. Per la leader della Cisl, il decreto rappresenta “un primo tassello” verso un potenziale patto sociale invocato da Giorgia Meloni.
Anche la Uil sostiene le disposizioni del decreto. Pierpaolo Bombardieri manifesta grande soddisfazione poiché la norma identifica il “salario giusto, il salario dignitoso” nei contratti di Cgil, Cisl e Uil e, in particolare, “condiziona gli sgravi” al loro utilizzo. La Cgil, al contrario, si mostra più cauto. Il segretario generale Maurizio Landini riconosce che il richiamo alle sigle comparativamente più rappresentative è un “punto importante ma non ancora sufficiente”. Secondo lui, il provvedimento ha un limite: è ancora troppo legato agli incentivi e non risolve la questione dei contratti pirata; inoltre, deve includere anche il trattamento normativo, oltre a quello economico. “Non un euro va ai lavoratori, vanno tutti alle imprese”, conclude Landini.
Il consenso prevale comunque tra i datori di lavoro. Confindustria, rappresentata da Emanuele Orsini, afferma che la contrattazione collettiva ha un ruolo centrale e approva la norma sui rinnovi. Sottolinea che concedere incentivi solo a chi garantisce il salario giusto “contrasta il dumping contrattuale” e “premia le imprese corrette”.
Confcommercio, attraverso Carlo Sangalli, valuta positivamente le misure per giovani e donne e sostiene le disposizioni sul salario giusto, apprezzando il riconoscimento del ruolo delle organizzazioni più rappresentative. Confesercenti, rappresentata da Nico Gronchi, considera un “passo importante” l’iniziativa, pur avvertendo che risorse e durata rimangono limitate.
Anche la Cna manifesta consenso per il richiamo alla contrattazione di qualità. Ance osserva che il decreto potrebbe servire da freno al dumping “sulla pelle delle imprese oneste e dei lavoratori”, sottolineando la qualità dei contratti nel settore dell’edilizia. Confapi, con Cristian Camisa, percepisce il provvedimento come un passo nella giusta direzione, evidenziando che ridurre il numero dei contratti a chi ha reale rappresentanza è fondamentale per chiudere con la contrattazione pirata. Confartigianato sostiene gli incentivi, ma avverte che il salario giusto non è sufficiente senza regole chiare riguardo alla rappresentanza.
Rimane irrisolto il nodo della rappresentanza. Il decreto stabilisce un principio, ma non fornisce ancora un metodo condiviso per misurare il peso effettivo delle organizzazioni sindacali e datoriali. Per questo, Landini rilancia il dialogo già avviato tra sindacati e associazioni imprenditoriali, puntando a raggiungere “in poche settimane” un accordo su contratti pirata, salari e misurazione della rappresentanza. Il tavolo di confronto tra Cgil, Cisl, Uil e imprese rappresenta la vera seconda fase del decreto: se riuscirà a produrre regole certe, il salario giusto potrà diventare una soglia effettiva; se non dovesse concludersi in modo soddisfacente, il rischio sarebbe di lasciare il contenzioso e la competizione tra Ccnl a definire il valore del lavoro.