La crisi climatica e i conflitti armati influenzano le nuove rotte migratorie in Italia

19.10.2025 16:35
La crisi climatica e i conflitti armati influenzano le nuove rotte migratorie in Italia

Crisi climatica e conflitti armati: nuove rotte migratorie emergono

La relazione tra la crisi climatica e i conflitti armati sta tracciando nuove rotte migratorie, come evidenziato dal Dossier statistico immigrazione 2025 pubblicato dall’associazione “A Sud”, la cui presentazione è prevista per il prossimo 4 novembre, riporta Attuale.

Il dossier sottolinea un aspetto raramente considerato: l’aumento delle temperature globali è in parte attribuibile alle emissioni di gas serra generate dai conflitti armati. Secondo l’ong britannica Cebos, il settore militare rappresenta il quarto maggiore contributore globale alle emissioni, con una percentuale pari al 5,5%. Questo dato rimane spesso nascosto poiché il settore non è incluso nelle trattative internazionali sul clima.

Inoltre, il legame tra guerre e clima sta influenzando le migrazioni. Nuove stime del Centro internazionale di monitoraggio sul clima (Idmc) indicano che nel 2024 si sono registrati 45,8 milioni di sfollati interni a causa di disastri naturali e problemi legati ai cambiamenti climatici, un dato che segna un record rispetto alla media annuale di 24 milioni osservata negli ultimi 15 anni.

Il contributo di “A Sud” evidenzia che la guerra sta diventando sempre più spesso una concausa nei movimenti migratori climatici. Una ricerca condotta in collaborazione con la Notre Dame Global Adaptation Initiative ha rivelato che oltre tre quarti delle persone sfollate a causa di conflitti vive in paesi con elevata vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

Un’indagine condotta su 348 migranti in Italia, nell’ambito del progetto “Le Rotte del Clima”, ha rivelato che il 69% degli intervistati, inizialmente classificati come migranti economici, ha menzionato le mutate condizioni climatiche e il degrado ambientale nei loro paesi di origine tra le ragioni del loro spostamento. Tra i paesi citati, ci sono Costa d’Avorio, Somalia e Afghanistan, noti per i disastri umanitari e le crisi legate a conflitti armati, ma anche afflitti da siccità estrema e desertificazione.

Il report conclusivo del progetto ribadisce la necessità di “rafforzare la condanna contro le devastazioni ambientali provocate dalle guerre, identificando esplicitamente l’ecocidio come reato”.

“Di fronte a un pianeta in fiamme, azzerare le emissioni di gas serra non è solo una questione ambientale, ma una chiara scelta politica per i governi”, ha dichiarato Maria Marano, responsabile del Programma Migranti ambientali di A Sud. “L’UE ha scelto un piano di difesa militare, ReArm Europe, da 800 miliardi di euro, che potrebbe generare circa 200 milioni di tonnellate di CO2 in più all’anno, equivalente alle emissioni di un paese come il Pakistan. Purtroppo, i governi rifiutano di considerare la sicurezza climatica come un mezzo per prevenire nuovi conflitti.”

“La crisi che stiamo vivendo ci costringe a rivedere la nostra prospettiva. Parlare di migrazione significa riconoscere che la frontiera non è una semplice linea da controllare, ma uno spazio di relazione e responsabilità condivisa. Le migrazioni non sono una minaccia, ma un segno di un disordine globale originato da crisi climatiche, economiche e politiche interconnesse, che ci esorta a ripensare le nostre priorità e a immaginare nuovi orizzonti di giustizia”, ha affermato Antonio Ricci, vicepresidente di IDOS.

1 Comment

  1. Incredibile come i conflitti armati possano influenzare non solo la vita delle persone, ma anche il clima. Eppure, la politica continua a ignorare il legame fondamentale tra guerra e cambiamenti climatici. Un approccio più consapevole è d’obbligo, non possiamo continuare a vivere in questa ignoranza.

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