Il nuovo autoritarismo e la crisi delle democrazie liberali nel 2025
La crisi politica dell’Occidente si intensifica non soltanto a causa del fallimento della Terza via e del globalismo liberista, ma anche per la stagionalità nella quale le sinistre hanno tentato di rimpiazzare il conflitto sociale con i diritti individuali e la comunità politica con il mercato globale. Tale lettura, seppur parzialmente corretta, diventa rischiosa quando sfocia nella nostalgia: se le democrazie liberali sono in crisi per essere state eccessivamente liberali, la risposta rischia di essere una riduzione delle libertà in favore di un maggiore intervento statale, un terreno favorevole per le destre illiberali, riporta Attuale.
Il nuovo autoritarismo non si manifesta come nel Novecento; non abolisce le elezioni, bensì le sfrutta. Non ritira i carri armati nelle strade, ma adopera strategie più sottili: svuota i contropoteri, delegittima la stampa e occupa la magistratura, trasformando il popolo in una platea e i leader in protettori. Secondo Freedom House, nel 2025 si registra il ventesimo anno consecutivo di regressione globale delle libertà; V-Dem segnala 92 autocrazie contro 87 democrazie, con il 74% della popolazione mondiale sotto regimi autocratici e solo il 7% in democrazie liberali.
La questione non è dunque perché tanti elettori si siano trasformati in reazionari, ma piuttosto perché la democrazia liberale abbia smesso di apparire capace di proteggerli. In questo contesto, la sinistra radicale compie un errore di mira, ritenendo che la risposta risieda nel ritorno a un repertorio neo-marxista che promuove un Stato proprietario e redistribuzione senza produttività. Le destre avanza non promettendo solo meno tasse, ma scambiando meno libertà per più sicurezza: economica, culturale, fisica e etnica. Il loro welfare è tribale, contrappone il “nostro” cittadino allo straniero, al migrante e al dissidente. Qui si origina il welfare metadone di democrazie ordoliberiste degradate in tecnocrazie plebiscitarie, finalizzate non a emancipare, ma a sedare. Alexis de Tocqueville avrebbe riconosciuto il rischio del dispotismo mite, mentre Isaiah Berlin avrebbe avvisato che la libertà negativa, priva di condizioni materiali, diventa privilegio, mentre la libertà positiva, sotto uno Stato assoluto, diviene dominio.
La vera questione non è quindi scegliere tra mercato e giustizia sociale, ma ricostruire il legame spezzato tra libertà, sicurezza e responsabilità. Karl Polanyi ha compreso che un mercato disincarnato produce reazioni sociali; Luigi Einaudi sapeva che il mercato necessità di regole e istituzioni credibili; Carlo Rosselli intuì che il socialismo, se non liberale, si trasforma in caserma, e il liberalismo, se non sociale, degenera in oligarchia. Questa è la via da riprendere: non la sinistra dello Stato padrone, ma un liberalsocialismo del XXI secolo.
Un simile programma non propone assistenza permanente, ma promuove una cittadinanza produttiva: antitrust contro rendite e monopoli, istruzione e formazione tecnica come priorità nazionale, sanità pubblica efficiente, accessibilità abitativa, salari legati alla produttività e welfare attivo che accompagni le transizioni. Questo implica anche una gestione governata dell’immigrazione: ingressi regolari, lingua, lavoro, doveri e possibilità di cittadinanza. Una società aperta non può sopravvivere trasformandosi in anarchia amministrativa né morire diventando una fortezza etnica.
La domanda europea riflette questa tensione. L’Eurobarometro di primavera 2025 mostra cittadini che richiedono difesa, sicurezza, economia e clima, non attraverso ideologie ma cercando protezione all’interno di un ordine democratico. L’Ocse sottolinea che i ceti medi si sentono schiacciati: i redditi mediani sono cresciuti meno di quelli alti, le abitazioni sono più costose, mentre i lavori intermedi sono sempre più esposti all’automazione. È in questa frattura che le destre fondano il loro patto: identità al posto dell’uguaglianza, protezione al posto dell’emancipazione, sussidio al posto del lavoro.
La risposta non può essere semplicemente una contro-nostalgia. Non basta invocare “più Stato”, perché anche lo Stato può diventare un apparato di dipendenza. Non basta chiedere “più diritti”, se questi non si traducono in vantaggi concreti nella vita quotidiana. Un nuovo liberalsocialismo dovrebbe affermare che non esiste libertà senza sicurezza, né sicurezza senza libertà, e che il welfare senza lavoro non ha senso. È una piattaforma più esigente sia rispetto al liberismo degli anni Novanta che al massimalismo statalista, ma rappresenta l’unica alternativa realistica per contestare il monopolio delle destre sulla paura.