Proteste studentesche in Iran: il grido contro il governo e l’aumento dei prezzi del cibo
Nel cortile della moschea dell’università Allameh Tabataba’i a Teheran, studenti si sono radunati per esprimere la loro protesta nei confronti del governo. Aiutati dalla tecnologia, alzano la voce in un momento in cui la libertà di espressione è limitata: «Gli studenti imprigionati devono essere liberati». Fanno sentire il loro dissenso anche contro l’obbligo del velo e la tirannia del regime, proclamando che «finché i mullah non saranno cacciati, questo Paese non sarà libero», riporta Attuale.
Sarah, studentessa di Scienze politiche, ha mandato un messaggio carico di speranza, scrivendo: «Siamo tornati», accompagnato dall’emoticon della vittoria. Questo ritorno è significativo in un contesto dove la partecipazione a queste manifestazioni può portare a espulsioni dall’università o, peggio, a incarcerazioni. Dallo scorso gennaio, grandi manifestazioni contro la crisi economica avevano portato milioni di iraniani in piazza, ma da allora il silenzio ha regnato sulle strade.
La situazione è peggiorata ulteriormente con l’inasprirsi del conflitto in corso, mentre i giovani cercano di capire le conseguenze di quella rivolta. Tuttavia, alcuni studenti sono riemersi per contestare l’aumento delle tasse universitarie e la mancanza di servizi, denunciando che le università si sono trasformate in imprese, con affermazioni come: «L’università non è una caserma né un’azienda». Allo stesso tempo, il costo della vita, le inflazioni e l’impossibilità di accedere ai servizi pubblici diventano tema centrale delle loro lamentele.
Le manifestazioni, che alcuni hanno soprannominato «proteste del cibo», riflettono la grave crisi economica. Le università, da sempre considerate un rifugio per studenti in difficoltà economiche, non riescono più a fornire pasti a prezzi accessibili. Il costo di un vassoio è lievitato a centinaia di migliaia di toman, rendendo difficile per le famiglie sostenere le spese quotidiane. Da Teheran a Kermanshah, gli studenti hanno lasciato piatti vuoti a terra, creando un-installazione visiva per denunciare la situazione, diventata virale sui social media.
In risposta, la milizia basij, legata ai Guardiani della Rivoluzione, si è presentata in tenuta antisommossa, promettendo un dialogo, mentre gli studenti registrano la scena con i loro smartphone. In modo provocatorio, gli studenti rispondono: «Un dialogo nel sacco non lo vogliamo», esprimendo la loro determinazione. Con coraggio, annunciano: «Non pensate che sia solo per un giorno».
La protesta si diffonde anche in altre città, coinvolgendo varie categorie di cittadini, dai pensionati agli operai, tutti uniti nella richiesta di giustizia sociale. A Isfahan, Kermanshah, Tabriz e in molte altre città, la gente chiede salari, pensioni, carburante e lavoro. Gli studenti, protagonisti storici delle contestazioni in Iran, hanno sempre guidato queste mobilitazioni, dopo averlo fatto nel 1999, durante il Movimento verde del 2009 e nella rivolta di gennaio.