La situazione stagnante nella Striscia di Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco
A sette mesi dall’inizio del cessate il fuoco, la situazione nella Striscia di Gaza rimane sostanzialmente immutata. L’attuazione dell’accordo è ferma all’avvio della fase due di tre e non ci sono segnali di progresso: le posizioni di Hamas e Israele rimangono distanti, con entrambe le parti interessate a mantenere lo status quo. Nel frattempo, gli Stati Uniti, che sono il mediatore più influente, si concentrano su altre questioni, riporta Attuale.
Il cessate il fuoco
Il patto era stato siglato nell’ottobre del 2025 e prevedeva tre fasi: la prima, relativa al cessate il fuoco e alle misure urgenti, è stata portata a termine. Con notevole ritardo, le parti hanno annunciato a gennaio l’inizio della fase due, che però non è mai stata realmente attuata e il negoziato si è stoppato.
L’esercito israeliano non si è mai ritirato dalla Striscia come stabilito dagli accordi e, anzi, ha accresciuto la propria presenza: negli ultimi sette mesi ha ampliato il controllo dal 50 al 60% del territorio, creando arbitrariamente una nuova area di controllo oltre la linea di ritirata concordata. I bombardamenti, sebbene non più costanti come durante la guerra, hanno portato negli ultimi mesi a un bilancio di circa un centinaio di palestinesi uccisi ogni mese.
Oltre al ritiro di Israele, la fase due avrebbe dovuto includere il disarmo di Hamas. Ad aprile, alcuni funzionari di Hamas avevano affermato di essere disposti a consegnare migliaia di fucili d’assalto e altre armi, ma l’organizzazione continua a rifiutare un disarmo totale.
Sul terzo obiettivo della fase due, la creazione di un governo provvisorio nella Striscia escluso Hamas, non ci sono stati progressi. Per la prima volta in vent’anni, ad aprile, i palestinesi della Striscia hanno potuto partecipare a elezioni amministrative sotto l’Autorità nazionale palestinese, ma Hamas non si è presentata e i candidati indipendenti a essa associati hanno ottenuto risultati deludenti.
La situazione umanitaria
Gli abitanti della Striscia, circa 2 milioni di persone, sono confinati nel 40% del territorio sotto il controllo di Hamas. I bombardamenti israeliani hanno distrutto tra l’80 e il 90% degli edifici, costringendo molti a vivere in tende, con condizioni igieniche precarie che favoriscono la diffusione di infezioni. La rimozione delle macerie e la ricostruzione non sono mai iniziate, in parte perché Israele blocca l’ingresso di materiali edilizi, considerati utili anche per scopi militari.
A febbraio, all’inizio della guerra in Medio Oriente, Israele aveva chiuso tutti i valichi della Striscia per “motivi di sicurezza”. Successivamente, alcuni valichi sono stati riaperti, ma solo per il transito di persone sotto strette restrizioni. Anche se il governo israeliano sostiene che nella Striscia entrano tra 600 e 800 camion al giorno, solo il 20% è gestito da organizzazioni umanitarie, mentre la maggior parte importa merce che viene poi rivenduta a prezzi variabili, influenzati dalle chiusure. Secondo le Nazioni Unite, 150mila minori soffrono tuttora di malnutrizione.
Rimangono bloccati ai valichi non solo cibo e medicinali, ma anche carburante e oggetti essenziali. Il COGAT gestisce in modo poco trasparente la lista di oggetti vietati, tra i quali ci sono anche prodotti innocui come protesi per amputati. Ad aprile, il COGAT ha respinto il 14% dei carichi.
Cosa potrebbe succedere ora?
Il governo israeliano non sembra avere un piano chiaro. Il primo ministro Benjamin Netanyahu si trova in una posizione complessa. Ministri estremisti del suo governo, come Bezalel Smotrich, hanno dichiarato la loro intenzione di riprendere la guerra e occupare tutto il territorio palestinese. Tuttavia, tornare a combattere significherebbe andare contro Donald Trump, il cui sostegno è stato determinante per fermare i bombardamenti, e tale decisione potrebbe essere presa solo con la sua approvazione.
I sondaggi indicano inoltre che molti israeliani sono stanchi della guerra, e un’escalation potrebbe comportare una perdita di consensi a pochi mesi dalle elezioni.
Rimanere in questo stato ibrido attualmente rappresenta l’opzione più vantaggiosa per il governo israeliano perché consente di giustificare l’occupazione della Striscia e gli attacchi contro Hamas. Anche Hamas beneficia di questa situazione, mantenendo il controllo su una parte significativa della Striscia ed evitando il disarmo.
E il “Consiglio di Pace” di Trump?
A gennaio, Jared Kushner, genero di Trump, aveva presentato un controverso piano per la ricostruzione di Gaza, ma a sei mesi di distanza non sono emersi progetti concreti. La ricostruzione dipende dalla conclusione della fase due, che resta bloccata. Nickolay Mladenov, direttore dell’organizzazione, ha recentemente sottolineato che la situazione a Gaza potrebbe rimanere congelata, divisa tra Hamas e l’esercito israeliano. La pressione per negoziare dovrebbe provenire dagli Stati Uniti, ma attualmente Trump è impegnato in questioni diverse, come la guerra in Medio Oriente e i rapporti con la Cina.