DALLA NOSTRA INVIATA
DUBAI – Un nuovo elemento si aggiunge alle discussioni tra Stati Uniti e Repubblica islamica: il futuro di una consistente somma di denaro iraniano congelata all’estero. Washington è pronta a sbloccare circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani in cambio della prospettiva che Teheran rinunci alle proprie scorte di uranio arricchito oltre il 60%, riporta Attuale.
«Gli asset iraniani rappresentano un elemento centrale dei negoziati», spiega Paul Salem del Middle East Institute, e se si arriverà a un’intesa, almeno una parte verrà liberata. Gli ayatollah necessitano di liquidità e di un alleggerimento delle sanzioni; è più pratico restituire denaro piuttosto che smantellare un intero regime sanzionatorio.
Titoli e riserve
Il congelamento dei beni è una strategia ben nota in politica internazionale. Governi e tribunali possono bloccare fondi, titoli e riserve di uno Stato, trasformando la finanza in una leva di pressione. Questa misura viene adottata in seguito a violazioni del diritto internazionale, accuse di crimini o tensioni geopolitiche, e ha avuto ripercussioni su Paesi come Russia, Corea del Nord, Libia, Venezuela, Cuba e Iran. Conseguentemente, essa influisce anche sulla popolazione.
Dossier
Le sanzioni americane hanno avuto inizio nel 1979, l’anno della Rivoluzione e non hanno mai cessato di influenzare i relazioni tra Washington e Teheran, inasprendosi con le discussioni riguardo il nucleare e i missili. Il risultato è un accesso sempre più limitato a risorse vitali, a partire dai proventi del petrolio, frequentemente immobilizzati in conti all’estero.
Scongelamento
Il tema dello sblocco degli asset è tornato d’attualità in vista del primo ciclo di colloqui in Pakistan, quando il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha dichiarato che senza un passo concreto in tal senso non ci sarebbero state le basi per avviare un negoziato. L’esperto iraniano Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, esprime scetticismo sulla questione dello scongelamento, evidenziando le incertezze dovute ai continui cambi di direzione della politica di Donald Trump.
Chi custodisce che cosa
È importante considerare non solo il valore del tesoro immobilizzato, ma anche chi sia disposto a rimetterlo in circolazione. Il Giappone ha circa 1,5 miliardi, l’Iraq 6, la Cina almeno 20, l’India 7. Gli Stati Uniti controllano direttamente circa 2 miliardi, mentre in Europa, dal Lussemburgo, passano ulteriori 1,6 miliardi. Inoltre, il Qatar ha 6 miliardi trasferiti dalla Corea del Sud che sono attualmente bloccati.
Effetti collaterali
In realtà si stima che oltre 100 miliardi di dollari siano immobilizzati al di fuori dei confini nazionali, una cifra che, secondo Al Jazeera, corrisponde a circa tre volte il valore annuo delle esportazioni energetiche del Paese.
Jason Brodsky, direttore di United Against Nuclear Iran, è convinto che la Repubblica islamica utilizzerà tali asset come uno dei pilastri della qualsiasi intesa con gli Stati Uniti.
Tuttavia, avverte anche riguardo ai possibili effetti collaterali: «Il rischio è che uno sblocco presentato come misura umanitaria possa effettivamente liberare risorse interne, che potrebbero essere riallocate altrove, aumentando in tal modo le capacità nucleari, missilistiche e l’influenza regionale dell’Iran».