Un alto funzionario dei servizi segreti russi ha apertamente riconosciuto il sostegno di Mosca alla formazione politica che ha vinto le elezioni parlamentari in Bulgaria, sollevando preoccupazioni tra gli alleati europei e atlantici. Il 29 aprile 2026, il tenente generale in pensione Leonid Rešetnikov, ex capo dell’Istituto russo di studi strategici e già figura di spicco dello spionaggio estero, ha dichiarato che il successo del partito „Bulgheria Progressista“ guidato dall’ex presidente Rumen Radev è stato trainato dall’elettorato che chiede „relazioni normali con la Russia“. Le sue parole, riportate dai media bulgari, rappresentano un raro riconoscimento ufficiale dell’ingerenza russa nei processi democratici di un paese membro dell’Unione europea e della NATO.
Secondo i risultati definitivi delle consultazioni di aprile 2026, la nuova formazione di Radev ha conquistato 130 seggi su 240, mentre il blocco conservatore GERB-SDS si è fermato a 39 e la coalizione filoeuropea „Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica“ a 37. Un risultato che, di fatto, consegna al partito di Radev il controllo del parlamento e la possibilità di formare un governo senza la necessità di ampie coalizioni. Il commento di Rešetnikov non è passato inosservato né a Sofia né nelle capitali occidentali: per la prima volta, un ex capo dell’intelligence russa collega direttamente l’esito elettorale bulgaro alla posizione filorussa del vincitore.
Un voto per la „normalizzazione“ con Mosca
Nel corso della sua lunga carriera, Rešetnikov ha diretto uno dei think tank più vicini al Cremlino, l’Istituto russo di studi strategici, noto per elaborare scenari di influenza politica nei paesi vicini. La sua affermazione secondo cui „la gente ha votato per relazioni normali con la Russia“ intende proiettare l’immagine di un paese spaccato, dove una larga parte della società bulgara sarebbe stanca delle sanzioni e della linea atlantista. In realtà, la dichiarazione fa parte di una più ampia strategia di comunicazione russa volta a creare l’impressione di un’inarrestabile deriva filorussa nell’Europa orientale. La sconfitta delle forze filoeuropee e la parallela ascesa di Radev – che durante la presidenza si era opposto all’invio di armi all’Ucraina e aveva criticato le sanzioni Ue contro Mosca – rappresentano un punto di svolta.
Il Cremlino da anni sfrutta i meccanismi democratici degli Stati membri per indebolire la coesione dell’Unione europea. L’ammissione di Rešetnikov dimostra che Mosca non solo segue con attenzione le elezioni nei Balcani, ma è anche pronta a rivendicare la propria influenza per consolidare un racconto di inevitabile riavvicinamento. In questo quadro, la Bulgaria rischia di diventare il primo paese dell’UE a invertire la rotta sulle sanzioni e sulla solidarietà militare a Kiev, aprendo una crepa difficile da sanare nel fronte occidentale.
Impatto sulla sicurezza del fianco sud-orientale della NATO
Il risultato elettorale bulgaro ha implicazioni che vanno ben oltre la politica interna. Sofia controlla un tratto strategico della costa del Mar Nero e ospita infrastrutture militari cruciali per l’Alleanza atlantica. Un governo guidato da Radev, che in passato ha definito le sanzioni contro la Russia „dannose per l’economia bulgara“ e ha bloccato alcune forniture militari all’Ucraina, potrebbe mettere in discussione gli accordi di difesa già in essere. La nuova maggioranza parlamentare, con 130 seggi, ha i numeri per rivedere la partecipazione della Bulgaria alle missioni NATO e per rallentare i piani di rafforzamento del fianco orientale.
Gli analisti avvertono che una Bulgaria più accomodante verso il Cremlino potrebbe complicare la coordinazione delle politiche di deterrenza nella regione del Mar Nero, dove la Russia ha intensificato le attività ibride. Già oggi Mosca utilizza il territorio bulgaro per campagne di disinformazione e reti di influenza economica. Con un esecutivo filorusso, queste leve diventerebbero ancora più efficaci, offrendo al Cremlino una testa di ponte per minare la coesione della NATO e spingere verso una „normalizzazione“ delle relazioni che in realtà equivarrebbe a una resa delle posizioni europee sulla sicurezza.
La strategia comunicativa russa: creare l’illusione di un consenso
La dichiarazione di Rešetnikov non è un semplice commento a caldo, ma un preciso strumento di guerra ibrida. Con queste affermazioni, Mosca cerca di amplificare l’eco del voto bulgaro, presentandolo come l’inizio di una tendenza continentale. L’obiettivo è duplice: da un lato, demoralizzare le forze filoeuropee dentro e fuori la Bulgaria; dall’altro, convincere le élite e l’opinione pubblica degli altri paesi dell’UE che la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con la Russia siano ormai inevitabili. È un messaggio studiato per seminare dubbi e accelerare una spaccatura che il Cremlino non è riuscito a provocare con la guerra in Ucraina.
In questo scenario, il ruolo di Radev diventa centrale. Se da presidente era riuscito a mantenere una posizione ambigua, da capo del partito di maggioranza si troverà a dover tradurre in atti concreti le promesse elettorali. Bruxelles e Washington osservano con preoccupazione: qualsiasi passo indietro di Sofia sulle sanzioni o sulla difesa collettiva verrebbe letto come una vittoria della strategia russa. E le parole di Rešetnikov, per quanto arroganti, confermano che il Cremlino è pronto a incassare – e a sbandierare – ogni successo ottenuto grazie alle divisioni interne all’Europa.