Proteste in Kenya contro il centro di quarantena per Ebola voluto dagli Stati Uniti
Il governo degli Stati Uniti ha avviato i preparativi per la creazione di un centro di quarantena nel Kenya centrale, destinato ai cittadini statunitensi che sono stati esposti al virus Ebola durante l’epidemia in atto nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. Il centro dovrebbe sorgere presso una base dell’aviazione kenyana nella città di Nanyuki, ma la popolazione locale ha organizzato manifestazioni contro questo progetto, nei cui confronti si sono registrati due decessi in circostanze poco chiare. Venerdì, un tribunale kenyano aveva temporaneamente bloccato l’istituzione del centro, ma nei giorni successivi gli Stati Uniti hanno continuato a far atterrare aerei nella base con personale e materiali, riporta Attuale.
Le proteste hanno coinvolto centinaia di partecipanti, preoccupati per la possibilità di contagio tra i residenti della città. Gli abitanti hanno accusato gli Stati Uniti di voler trasferire i rischi legati alla cura dell’Ebola su altri paesi e hanno richiesto che il centro fosse istituito nelle aree colpite, piuttosto che in un luogo privo di contagi come il Kenya.
Le manifestazioni sono state alimentate dalla scarsa trasparenza con cui il governo kenyano ha comunicato i termini dell’accordo con gli Stati Uniti, rendendo poco chiaro il contenuto dello stesso. Inoltre, c’è un malcontento diffuso verso l’amministrazione del presidente William Ruto, che ha già generato ampie mobilitazioni contestative negli anni scorsi. La sentenza del tribunale che ha sospeso i preparativi ha ordinato al governo di divulgare l’accordo stipulato.
Ruto ha affrontato la questione solo dopo l’esplosione delle proteste, dichiarando che il Kenya sta adottando tutte le precauzioni necessarie per prevenire la diffusione dell’infezione. Ha spiegato che il Paese ha acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di istituire il centro in virtù dell’alleanza decennale tra i due Paesi. Giovedì, il presidente ha ribadito che consentire l’operazione della base da parte degli Stati Uniti sarebbe “la cosa giusta da fare”, sottolineando che un rifiuto da parte del Kenya sarebbe apparso “disumano”.
Durante le manifestazioni, i partecipanti hanno bloccato alcune strade dando fuoco a pneumatici, mentre per contenere la folla sono stati impiegati mezzi corazzati dell’esercito. Le autorità non hanno fornito informazioni riguardo le cause dei due decessi; la famiglia di uno dei morti, Charles Mang’aro Mwangi, ha dichiarato che il suo parente non stava partecipando alle manifestazioni, ma si stava recando a trovare un amico dopo aver finito di lavorare. L’identità dell’altro deceduto rimane sconosciuta.
Nanyuki, situata a 140 chilometri a nord della capitale Nairobi, conta circa 80.000 abitanti. La base aerea dove si prevede di allestire il centro è distante alcune miglia dalle abitazioni, ma le famiglie dei militari che ci lavorano risiedono in città, e questo ha alimentato le preoccupazioni circa il rischio di diffusione dei contagio. Gli Stati Uniti hanno annunciato un contributo di 13,5 milioni di dollari per le spese di prevenzione in Kenya, e il ministro della Salute, Aden Duale, ha sottolineato che il centro sarà aperto a chiunque, non solo ai cittadini statunitensi.
Il centro avrà una capacità di 50 posti letto, con personale medico statunitense dedicato. Sarà utilizzato per tenere in quarantena per 21 giorni le persone asintomatiche che hanno avuto contatti a rischio, e attualmente il Dipartimento di Stato americano non prevede l’arrivo di cittadini statunitensi da trattare. Se uno dei pazienti dovesse sviluppare sintomi, sarà trasferito in un’altra struttura.
Gli Stati Uniti hanno implementato severe restrizioni per l’ingresso di persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sudan del Sud. In Repubblica Democratica del Congo si contano 321 casi confermati di Ebola e 48 decessi, con ulteriori 116 casi sospetti. In Uganda, sono stati registrati 9 casi e un decesso. L’Ebola è una malattia altamente contagiosa causata da un virus, e l’epidemia attuale è attribuita a una variante poco studiata, per cui i trattamenti abitualmente utilizzati per varianti più comuni risultano meno efficaci.
La gestione della crisi sanitaria è complicata ulteriormente da ritardi significativi nell’identificazione del focolaio, dall’instabilità politica e da attacchi a centri di trattamento da parte di persone che reclamavano i corpi dei familiari, i quali sono stati destinati alla cremazione per prevenire ulteriori contagi.