Il decano degli arbitri: “Il Var deve restare un aiuto, non un sostituto”

27.04.2026 06:15
Il decano degli arbitri: "Il Var deve restare un aiuto, non un sostituto"

Destino incerto per il mondo arbitrale italiano: le parole di Paolo Casarin

Soldi, troppi soldi. Questo è il cuocente richiamo di Paolo Casarin, icona della professione arbitrale in Italia. All’età di 86 anni, Casarin ha vissuto e diretto oltre duecento partite in Serie A e ha rappresentato l’Italia in eventi prestigiosi come il Mundial del ’82 e gli Europei dell’88. Oggi, la tempesta che ha colpito il designatore Gianluca Rocchi e l’intero sistema arbitrale italiano lo colpisce profondamente: “La crisi viene da lontano, si trascina da anni. Si è pensato, a torto, che i soldi risolvessero tutto, regalando agli arbitri agiatezza e possibilità. E invece i troppi denari hanno moltiplicato tensioni, antipatie e veleni. C’è chi resta aggrappato al carro e vorrebbe arbitrare fino a sessant’anni per moltiplicare soldi e opportunità”, riporta Attuale.

Le accuse che hanno originato il Rocchi-gate riguardano presunti favoritismi nella selezione degli arbitri, suggerendo un serio problema nella gestione del VAR e nelle designazioni arbitrali per le partite dell’Inter. La questione ha sollevato interrogativi sulla credibilità del sistema, in particolare dopo che il presidente dell’AIA, Antonio Zappi, è stato inibito per 13 mesi, creando un vuoto di leadership tra gli arbitri.

Casarin evita di condannare apertamente, ma chiarisce: “Bussare contro il vetro del Var per richiamare l’attenzione su un fallo può essere un’interferenza indebita, ma il fatto grave sarebbero le designazioni pilotate, tutte da dimostrare”. Nonostante le difficoltà, egli sostiene la necessità di rivisitare il ruolo dell’arbitro: “Quando sarà fatta chiarezza su tutto, sfruttiamo invece l’occasione per ripensare il ruolo dell’arbitro, per riportare il Var alla funzione originale di sostegno del direttore di gara e non del suo sostituto”.

Casarin, ponendo l’accento sui valori fondanti della professione, auspica un ritorno a un’epoca in cui gli arbitri avevano anche un lavoro fuori dal campo: “I nostri compensi erano rimborsi spesa e qualche gettone di presenza. Io lavoravo per l’Eni, giravo il mondo, ho visitato un centinaio di Paesi. Una volta, sono tornato dall’India il sabato sera e il giorno dopo ero in campo ad arbitrare. Nel nome di una passione, non certo del denaro. Quello ha sciupato tutto. E ora sarà complicato riparare il giocattolo”.

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