La posizione dell’Italia sul sequestro della Global Sumud Flotilla
L’Italia rompe gli indugi e trasforma la cautela in accusa formale: “Il governo condanna il sequestro della Global Sumud Flotilla“. Poche parole che pesano come macigni, segnando la fine della stagione dei toni felpati. Roma non chiede, esige: la liberazione immediata di “tutti gli italiani illegalmente fermati”, la garanzia dell’incolumità delle persone e il ripristino della legalità internazionale, ribadendo al contempo l’impegno delle istituzioni nel fornire aiuti umanitari a Gaza. Insomma, al largo delle coste greche non sono state bloccate solo delle imbarcazioni; sembra essersi incrinato — almeno nella forma — un asse diplomatico storico, riporta Attuale.
La svolta matura in un vertice convocato d’urgenza a Palazzo Chigi a metà mattinata. Giorgia Meloni mette da parte il guanto di velluto e chiama a raccolta il vicepremier Antonio Tajani, il sottosegretario Alfredo Mantovano e, in collegamento dall’India, il ministro della Difesa Guido Crosetto. L’ira della premier non è solo di facciata. C’è irritazione per le modalità del blitz: un conto è un’intercettazione a ridosso di Gaza, un altro è un arrembaggio in acque europee, a un passo dalla penisola ellenica. Ma a ferire è soprattutto il metodo: Tel Aviv non ha avvertito l’esecutivo delle mosse, un silenzio interpretato come uno sgarbo dopo le tensioni per gli attacchi al contingente Unifil in Libano e lo stop al cardinale Pizzaballa al Santo Sepolcro. L’umore è ben riassunto dall’idem sentire che filtra tra i presenti: “Questi israeliani sono ormai fuori controllo”.
Solo sei mesi fa, il copione era diverso. Quando gli attivisti rifiutarono la mediazione italiana, il titolare della Difesa inviò la nave Alpino della Marina Militare per monitorare la situazione (per il momento, precisa la presidente del Consiglio, non è stato ancora preso in considerazione un nuovo invio di navi), ma sul fronte politico-diplomatico il silenzio più assoluto regnava ai piani alti del governo. Oggi, la pazienza è finita. Le ragioni sono diverse: pesano indubbiamente i sondaggi — e le manifestazioni in tutta Italia pro-Flotilla ne sono la prova —, la necessità di smarcarsi da un asse troppo schiacciato su Trump e Netanyahu — quest’ultimo divenuto una pietra al collo politica — e il bisogno di mostrare un Paese protagonista in Europa. Un anno fa l’ipotesi di un’Italia più dura dell’Ue sarebbe sembrata fantascientifica, ma ora la situazione è cambiata: “La libertà di navigazione secondo il diritto internazionale deve essere rispettata”, si è limitato ad affermare il portavoce della Commissione europea Anouar El Anouni. Ben oltre è andata Meloni nella sua presa di posizione. Non è un caso che la Germania si sia associata: in una nota congiunta, Farnesina e ministero degli Esteri tedesco hanno chiesto il “pieno rispetto del diritto internazionale”.
Se Roma alza la voce, le opposizioni pretendono i fatti. Non solo un’informativa in Parlamento: invocano l’embargo totale sulle armi e la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Ma qui la leader di Fratelli d’Italia, d’intesa con gli alleati, traccia un confine: oltre la protesta diplomatica non si va. L’ipotesi di sanzioni o rotture economiche evapora davanti alla complessità del nostro passato storico e alla necessità “di mantenere aperto un canale per il piano di pace in Medio Oriente”. La premier resta scettica sull’utilità della Flotilla, che continua a ritenere un’iniziativa “irresponsabile, che non porta benefici reali alla popolazione di Gaza e che crea al nostro Paese molti problemi”; tuttavia, non può accettare che i diritti dei connazionali vengano calpestati.
Un primo risultato, però, questo strappo l’ha prodotto. Dopo frenetici contatti tra Palazzo Chigi e la diplomazia israeliana, Tel Aviv ha accettato di far sbarcare gli attivisti fermati in un porto ellenico, rinunciando a deportarli ad Ashdod, un trasferimento che avrebbe prolungato la crisi per giorni. La scossa è stata forte, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Mentre la tensione resta alta, resta da capire cosa accadrà alle navi ancora in mare e se questa reazione sia l’inizio di una nuova postura italiana o solo una parentesi di nervosismo istituzionale.