Il suffragio femminile: un secolo di battaglie per la parità in Italia

31.05.2026 09:15
Il suffragio femminile: un secolo di battaglie per la parità in Italia

La battaglia per il suffragio femminile in Italia: un viaggio di lotte e riconoscimenti

Rima, 31 maggio 2026 – Il numero delle donne occupate in Italia rimane ben al di sotto della media europea, con le sindache che sfiorano il 15% e solo due presidenti di Regione su venti, evidenziando una netta disparità di genere nel panorama politico e lavorativo. A questo riguardo, lo storico Mario Avagliano, insieme al collega Marco Palmieri, pubblica “Voto alle donne! – La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente”, per ricordare e chiedere scusa per le ingiustizie passate. “In alcuni momenti, studiando certi documenti e certi dibattiti parlamentari, ci siamo quasi vergognati di essere uomini”, riporta Attuale.

Il percorso verso la conquista del voto, troppo frequentemente presentato come inevitabile, è tutt’altro che naturale. “Il suffragio femminile fu una battaglia lunga quasi un secolo, caratterizzata da petizioni ignorate e promesse tradite”, osservano i due autori, richiamando l’attenzione su figure storiche come Anna Kuliscioff, spesso conosciuta solo come la compagna di Filippo Turati. Kuliscioff, madre del socialismo, lottò per il diritto di voto per le donne, criticando apertamente Turati per non considerare la questione una priorità.

La narrazione storica spesso oscura il contributo femminile. Molti non conoscono Anna Maria Mozzoni, la più grande femminista italiana dell’Ottocento, che ha combattuto per i diritti delle donne in una società patriarcale. “Dovrebbe avere strade e scuole dedicate in ogni parte d’Italia, e invece è praticamente dimenticata”, affermano Avagliano e Palmieri.

Le donne, tra maestre, operaie e partigiane, raramente trovano un posto nel ricordo collettivo del Paese. Questa mancanza di rappresentanza riflette un sostanziale squilibrio nella memoria pubblica e nella storia nazionale, rendendo invisibili i contributi femminili.

Durante questa riflessione, spiccano figure come Giuseppe Mazzini, che denunciava l’assurdità di una nazione che escludeva le donne dalla cittadinanza politica, e Salvatore Morelli, deputato pugliese. Già nel 1867, Morelli propose leggi innovative, tra cui l’abolizione della schiavitù domestica delle donne e il diritto al divorzio in un Italia dominata da una cultura patriarcale. Tuttavia, il Parlamento non gli consentì mai di discutere i suoi progetti, costringendolo a pubblicarli a proprie spese e portandolo all’isolamento e alla miseria.

“La questione del suffragio e dell’emancipazione femminile evidenzia il ritardo dell’Italia in questo ambito, arrivando quasi penultima in Europa, preceduta solo dalla Svizzera. Le donne hanno dimostrato il loro valore durante la Grande Guerra. Tuttavia, quando il nuovo Parlamento abolì le restrizioni maritale e aprì le professioni, la legislatura cadde prematuramente e il fascismo ripristinò tradizioni patriarcali”, spiegano gli autori.

Restituire voce e dignità a queste donne significerebbe non solo fare giustizia storica, ma anche creare nuovi modelli per le generazioni future. “La memoria pubblica non è neutrale: decidere chi ricordare significa decidere quale idea di società vogliamo costruire”, concludono Avagliano e Palmieri.

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