Fratelli d’Italia in allerta: la riforma elettorale sotto esame
Roma, 28 luglio 2026 – Un paradosso inquietante si staglia all’orizzonte della riforma elettorale, con Fratelli d’Italia che solleva l’allerta per la norma “ammazza-piccoli”, suscettibile di incostituzionalità. Gli interrogativi si fanno pressanti in seguito alla prima tornata di audizioni dei tecnici nella commissione Affari costituzionali del Senato sullo Stabilicum, con la maggioranza che rischia di essere messa in crisi. Riaprire il dossier per escludere dal conteggio di coalizione le liste al di sotto del 3%, preservando soltanto la più votata e possibilmente abbassando la soglia al 2%, equivarrebbe a un ulteriore affronto per Forza Italia, riporta Attuale.
Per gli azzurri, la dispersione di voti verso i partitini moderati è una questione cruciale, e una modifica di questa natura rappresenterebbe un colpo bassissimo, aggravato dalle tensioni emerse attorno le preferenze. “Non è detto che si trasformi in un emendamento”, osserva un esponente di spicco del partito. In parallelo, rimane aperto il nodo delle preferenze, definite dal senatore dem Dario Parrini come “omeopatiche”. Pur essendo presente un accordo di massima, la delicatezza della materia suggerisce prudenza fino all’ultimo momento.
Il test decisivo è previsto per domani, quando Antonio Tajani si incontrerà con il gruppo di Forza Italia al Senato: sarà in quel contesto che si comprenderà se l’emendamento avrà una firma condivisa. Anche in assenza di un’intesa formale, l’approvazione sembra probabile, a condizione che venga neutralizzata la proposta sulle intercettazioni a strascico del meloniano Berrino. Con l’arrivo oggi in Aula del decreto giustizia-migranti, è opinione condivisa che se il senatore decidesse di ripresentare il suo emendamento, sarà il presidente La Russa a dichiararlo inammissibile, evitando così che l’intero pacchetto finisca in stallo.
La tensione aumenta anche per i malumori dei parlamentari di Fratelli d’Italia. La riforma elettorale approvata dalla Camera prevede infatti che i capilista dei listini circoscrizionali debbano candidarsi anche nel maxi-listone per il premio. I parlamentari chiedono che questa doppia candidatura venga abolita per liberare posti, consapevoli che la questione delle preferenze riguarda principalmente loro. Se da solo, questo dissenso non preoccupa Giorgia Meloni, un nuovo conflitto con gli alleati azzurri potrebbe complicare ulteriormente la situazione. Le audizioni dei tecnici in Commissione hanno evidenziato la delicatezza della questione, con opinioni divergenti.
I costituzionalisti d’area governativa hanno sostenuto il testo, ma le critiche da parte dell’opposizione sono state severe. Giovanna De Minico è categorica: “Questo ddl è profondamente illegittimo e non è suscettibile di modifiche. Il tiro è veramente storto e non può essere raddrizzato”. La posizione di Stefano Ceccanti è più sfumata: “Un premio in un turno unico senza ballottaggio può essere legittimo, ma risponde alle esigenze del sistema? Ritengo di no, occorre invece introdurre il ballottaggio nazionale”. L’ex presidente del Senato Marcello Pera (FdI) ha ribadito: “Finché resta il bicameralismo paritario, una vera riforma elettorale non si fa. Votai per abolirlo con Renzi, mentre il Pd disse no. E infatti siamo ancora qui”.
Dal punto di vista politico, l’opposizione mantiene attive le sue critiche. A sollevare le parole più pesanti è Elly Schlein: “Il Colle è un’ossessione di Meloni e della destra. Hanno fatto questa legge per eleggersi da soli il capo dello Stato”. Nonostante le dichiarazioni, la minoranza punta a procrastinare i tempi oltre l’estate, mentre la maggioranza accelera. “Le audizioni saranno completate entro la settimana”, annuncia il presidente della Commissione Andrea De Priamo (FdI), con l’intenzione di fissare un termine per gli emendamenti e avviare la discussione generale prima della pausa estiva. Le date chiave sono il 4 o 5 agosto, con l’obiettivo di riprendere i lavori tra il 31 agosto e il 1° settembre, per portare lo Stabilicum nell’Aula del Senato entro metà mese e alla Camera entro ottobre. Una tabella di marcia serrata, ma l’incertezza rimarrà fino in fondo.