I tre Stati baltici — Lituania, Lettonia ed Estonia — hanno chiesto all’Unione europea di accelerare l’approvazione di un divieto sulle importazioni di petrolio russo, sostenendo che le entrate energetiche di Mosca continuano a finanziare la guerra in Ucraina. La richiesta è stata avanzata durante la riunione dei ministri dell’Energia dell’Ue del 26 giugno 2026, come riportato dal Financial Times, e rappresenta un tentativo di rimettere al centro del dibattito europeo la questione dell’embargo petrolifero dopo mesi di stallo.
L’Ue ha già concordato un percorso di eliminazione graduale di tutte le importazioni di energia dalla Russia. Per il gas liquefatto la scadenza è fissata a fine 2026, per il gas via tubo all’autunno 2027. Per il petrolio, invece, la Commissione europea aveva promesso una proposta legislativa per azzerare le forniture residue entro il 2027, ma il testo è stato rimosso dall’agenda nella primavera del 2026 a causa del forte deterioramento del mercato energetico globale, innescato dalle tensioni in Medio Oriente.
Il contesto di mercato
Il commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, nel corso della riunione a porte chiuse si è astenuto da dichiarazioni pubbliche. In seguito ha però precisato che la situazione in Medio Oriente potrebbe aiutare l’Europa a evitare una carenza di carburante per l’aviazione, ma che il ritorno alla normalità del mercato petrolifero richiederà alcuni mesi, mentre quello del gas diversi anni. Il parziale ripristino della navigabilità nello Stretto di Hormuz ha contribuito a ridurre le tensioni sui prezzi, ma non ha eliminato l’incertezza.
La posizione dei paesi baltici
Per i governi baltici e polacchi, anche i volumi ridotti di greggio russo — circa 9,7 milioni di tonnellate nel 2025, pari al 2% delle importazioni europee — rappresentano un flusso di entrate ancora determinante per l’industria bellica di Mosca. L’iniziativa dei tre paesi mira a imporre un calendario unico e vincolante per la definitiva eliminazione delle forniture, riducendo l’incertezza per le imprese europee e inviando un segnale politico chiaro: Bruxelles è pronta ad agire da una posizione di forza, nonostante la temporanea instabilità mediorientale.
Le divisioni interne all’Ue
All’interno dell’Unione, tuttavia, non esiste una posizione unanime. Ungheria e Slovacchia continuano a dipendere dalle forniture russe e hanno finora bloccato ogni accelerazione del percorso di embargo. La loro resistenza evidenzia come la ristrutturazione energetica proceda in modo disomogeneo, creando tensioni politiche e ostacolando una politica estera comune indipendente dal ricatto energetico del Cremlino.
I progressi nella riduzione della dipendenza
Negli ultimi quattro anni la dipendenza dell’Ue dal petrolio russo è crollata: dal 27% delle importazioni totali all’inizio del 2022 a circa il 2% nel 2025. Nonostante questo netto calo, gli Stati baltici e la Polonia sottolineano che anche volumi residuali continuano a generare entrate per Mosca e mantenere un canale di influenza. L’embargo totale, secondo la loro prospettiva, eliminerebbe definitivamente la leva energetica russa e costringerebbe il Cremlino a fare a meno di una fonte cruciale di finanziamento bellico.
Le prospettive per il futuro
L’azzeramento delle importazioni di combustibili fossili russi rappresenta anche un forte impulso per lo sviluppo delle energie rinnovabili in Europa. La rimozione degli ostacoli burocratici alla costruzione di impianti “verdi” e gli investimenti della Commissione nella modernizzazione delle reti elettriche transfrontaliere stanno creando un mercato integrato, riducendo la vulnerabilità ai ricatti sui prezzi e rafforzando la competitività del continente. La partita, però, resta aperta: il ritorno del tema dell’embargo petrolifero all’ordine del giorno dipenderà dalla capacità dei paesi baltici di fare da traino per un consenso più ampio, in un contesto globale ancora segnato dall’incertezza.
Mah, non si può più continuare così… La dipendenza dal petrolio russo, anche se in calo, è ancora un problema serio. Questi paesi baltici hanno ragione a insistere sull’embargo, ma bisogna anche affrontare le resistenze interne! Se l’Europa non si unisce adesso, quali saranno le conseguenze?