BRUXELLES — A pochi giorni dalle elezioni parlamentari che potrebbero porre fine al dominio sedicennale di Viktor Orbán, emergono documenti riservati che rivelano un accordo di cooperazione a 12 punti tra Ungheria e Russia, firmato lo scorso dicembre a Mosca. I dossier, ottenuti da fonti governative russe, delineano un piano ambizioso per approfondire i legami economici, energetici e culturali tra i due paesi, nonostante le sanzioni dell’UE e la guerra in Ucraina.
Documenti riservati emergono alla vigilia del voto
La scoperta dei documenti arriva in un momento cruciale: domenica 10 aprile 2026 gli ungheresi sono chiamati alle urne per elezioni che vedono per la prima volta il partito di governo Fidesz in difficoltà nei sondaggi. I dossier, preparati dal governo russo e mai resi pubblici prima d’ora, risalgono all’incontro del 9 dicembre 2025 a Mosca tra il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il ministro della Salute russo Mikhail Murashko.
Quell’incontro rappresentava la 16esima sessione della Commissione Intergovernativa per la Cooperazione Economica Russia-Ungheria, un forum bilaterale attivo dal 2005. Dopo una pausa forzata tra il 2021 e il 2024, causata dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, le commissioni sono riprese con rinnovato vigore. I documenti ottenuti contengono istruzioni dettagliate per i dipartimenti governativi russi sull’implementazione degli impegni assunti.
Secondo quanto riportato nei testi, le due parti hanno “affrontato questioni attuali della cooperazione commerciale ed economica bilaterale, attività congiunte nel settore energetico, industriale, sanitario, agricolo, edile e altre aree di interesse reciproco, così come nella sfera culturale e umanitaria”. Il linguaggio utilizzato sottolinea l’importanza di “sviluppare relazioni a lungo termine e reciprocamente vantaggiose tra i due paesi in aree di interesse comune”.
I 12 punti della cooperazione strategica
Il cuore dell’accordo risiede nei 12 punti operativi che coprono settori diversificati. Primo tra tutti: invertire la “tendenza negativa del commercio bilaterale” causata dalle sanzioni dell’UE contro la Russia. Il testo apre esplicitamente la porta a società russe per avviare nuovi progetti elettrici e sull’idrogeno in Ungheria, oltre a rafforzare la cooperazione su petrolio, gas e combustibile nucleare.
Particolare attenzione viene dedicata alla sfera culturale ed educativa. Budapest si è impegnata a esplorare il potenziamento dell’insegnamento della lingua russa importando insegnanti dalla Russia, rafforzando il riconoscimento reciproco delle qualifiche e aprendo programmi di scambio per studenti laureati. Nonostante le accuse internazionali secondo cui Mosca utilizza eventi culturali per propagandare le sue narrative sulla guerra in Ucraina, l’accordo sostiene programmi di scambio in tutto, dallo sport alle arti circensi.
Il documento prevede addirittura un piano d’azione congiunto 2026-2027 per la collaborazione sportiva. Una clausola significativa specifica che i legami più stretti con la Russia non devono essere “incompatibili con gli obblighi dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea”. Questa precisazione sembra rispondere alle critiche secondo cui la politica di Orbán minerebbe l’unità europea.
La risposta di Budapest e le reazioni politiche
Interrogato sui contenuti dei documenti e sulle loro implicazioni per la traiettoria politica dell’Ungheria, il ministro Szijjártó ha risposto in modo evasivo: “La cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse nazionale, non dalla pressione di conformarsi all’estremamente parziale mainstream mediatico liberale. Continuate il vostro lavoro di parte!”. Il ministero degli Esteri russo non ha invece risposto alle richieste di commento.
L’opposizione ungherese ha immediatamente colto l’occasione per attaccare il governo. Péter Magyar, principale sfidante di Orbán, ha definito i rapporti con Mosca il “tallone d’Achille” dell’esecutivo, accusando apertamente il governo di “alto tradimento” per i suoi legami con il Cremlino. La campagna elettorale è già caratterizzata da una serie di fughe di informazioni strategiche, sorveglianza informatica, accuse di spionaggio e denunce diplomatiche.
La posizione di Orbán verso la Russia ha costantemente creato attriti con Bruxelles. Il primo ministro ungherese si è opposto ripetutamente agli sforzi dell’UE per inasprire le sanzioni contro la Russia e fornire supporto materiale all’Ucraina. Un rapporto di Bloomberg dello scorso ottobre 2025 ha rivelato che Orbán avrebbe detto al leader russo Vladimir Putin in una telefonata di offrire aiuto “in qualsiasi modo posso”, descrivendo l’Ungheria come il “topo” al “leone” di Mosca.
Il contesto elettorale e le accuse reciproche
Orbán affronta la prova più difficile dei suoi 16 anni di potere incontrastato. I sondaggi mostrano il suo partito populista Fidesz in ritardo rispetto all’opposizione di centrodestra Tisza. In questa situazione, il premier ha cercato di vendere le sue relazioni amichevoli con Mosca come un argomento vincente, accusando Magyar di voler trascinare l’Ungheria nella guerra in Ucraina e di mettere a rischio l’accesso ai combustibili fossili russi.
La strategia di Orbán si basa su un calcolo preciso: presentarsi come garante della stabilità energetica e della sovranità nazionale contro quelle che definisce “ingerenze esterne”. Tuttavia, i documenti rivelano una profondità di coordinamento che va ben oltre le mere relazioni commerciali, toccando settori sensibili come l’educazione e la cultura che molti osservatori considerano strumenti di influenza geopolitica.
Le elezioni di domenica rappresentano quindi non solo una scelta tra diversi programmi politici, ma anche un referendum implicito sull’orientamento geopolitico dell’Ungheria: verso Occidente e l’Unione Europea, o verso un asse più stretto con Mosca. L’esito avrà implicazioni significative non solo per Budapest, ma per l’intera architettura di sicurezza europea in un momento di profonda crisi continentale.
I documenti, nella loro completezza, sollevano interrogativi cruciali su come un paese membro dell’UE e della NATO possa conciliare i suoi obblighi di alleanza con un accordo di cooperazione così ampio con un paese impegnato in un conflitto armato contro un vicino europeo. La risposta a queste domande potrebbe arrivare già domenica sera, quando si conosceranno i primi risultati elettorali.