Trump vuole imporre ovunque il «modello Venezuela». Ma funziona?
In una recente intervista al New York Times, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che l’operazione militare che ha portato all’uccisione dell’ayatollah Ali Khameneí apre la strada a un cambio di regime ispirato alla transizione di governo in Venezuela. Tuttavia, le analisi sulla possibilità di replicare questo modello hanno sollevato dubbi significativi, poiché la resistenza del regime iraniano mette in discussione la fattibilità di una transizione «alla venezuelana», riporta Attuale.
Il «modello Caracas» prevede la decapitazione del leader supremo, il mantenimento della maggior parte dei funzionari di medio rango al potere per garantire stabilità e la stipula di accordi economico-commerciali. In questo contesto, la democrazia sembra assumere un ruolo secondario.
Nel caso venezuelano, il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha collaborato a stretto contatto con la Casa Bianca fin dal giorno successivo alla cattura di Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio. Trump si è espresso su Rodríguez, affermando: «È una persona meravigliosa e sta svolgendo un lavoro fantastico per noi». Nonostante i 26 anni di «chavismo» appaiano annullati in un attimo, i vertici militari, che fungono da baluardo della dittatura, continuano a esercitare un forte controllo. Si potrebbe dunque parlare di una forma di «chavismo con il sigillo dello zio Sam».
Trump sembra favorire un negoziato con i generali piuttosto che un’incerta transizione democratica. La sua priorità fondamentale è il controllo delle risorse energetiche, risultando quella attuale una sorta di “protettorato” statunitense. Laura Dogu, nuova incaricata d’affari a Caracas, sta ampliando l’ambasciata con centinaia di nuovi funzionari e agenti di sicurezza. Grazie all’ordine esecutivo 14373, firmato da Trump, i ricavi delle esportazioni legali di petrolio venezuelano vengono diretti su un conto speciale del Dipartimento di Stato, sfuggendo così ad espropri da parte di creditori internazionali.
Recentemente, l’Assemblea Nazionale del Venezuela, dominata per l’80% da deputati «chavisti», ha approvato una riforma radicale della legge petrolifera, che consente ora alle aziende straniere di operare autonomamente, anche come partner di minoranza di PDVSA, l’azienda statale. Anche le grandi compagnie petrolifere internazionali, come Chevron e Shell, stanno avviando accordi per incrementare la produzione nelle regioni petrolifere del Paese sudamericano.
Inoltre, il Parlamento di Caracas ha approvato in prima lettura una nuova legge mineraria che annulla la precedente normativa di Hugo Chávez, permettendo a imprese nazionali e internazionali di estrarre risorse come oro, diamanti e terre rare. Rodríguez ha riferito della nuova legge dopo un incontro mercoledì scorso con Doug Burgum, Segretario agli Interni degli Stati Uniti, sottolineando che «le opportunità di collaborazione e sinergia tra i nostri due grandi paesi, Venezuela e Stati Uniti, sono illimitate».
La democrazia in Venezuela diventa dunque un optional. Sebbene la strategia di sicurezza nazionale della prima amministrazione Trump nel 2017 affermasse che l’emisfero occidentale si trovava «sull’orlo della prosperità e della pace, costruito sulla democrazia», la seconda amministrazione ha pubblicato una dottrina più pragmatica. Essa mira a costruire relazioni stabili senza imporre trasformazioni democratiche che possano discostarsi dalle tradizioni e dalla storia dei paesi coinvolti.
Il «modello venezuelano» presenta una serie di differenze fondamentali rispetto all’Iran, che ha una popolazione di circa 92 milioni di abitanti e una complessa architettura politica. L’Iran ha istituzioni religiose, organi eletti e strutture militari come la Guardia Rivoluzionaria, lasciando gli analisti a concludere che l’implementazione di un modello simile in quel contesto sarebbe difficile, se non impossibile.
Negli ultimi due anni, le attiviste irachene per i diritti delle donne sono state vittime di campagne di diffamazione e intimidazione. Il recente omicidio della femminista Yanar Mohammed ha ulteriormente esacerbato la situazione, dimostrando che, anche in Paesi con una tradizione democratica, la lotta per la libertà è soggetta a grandi sfide.